Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 17 febbraio 2018


Padre nostro



Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli… non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male (Mt 6, 9.13).

È il Signore stesso che ci ha insegnato a pregare, sia con la dottrina che con l’esempio. La prima parola della preghiera cristiana per eccellenza, che in prossimità del Battesimo è consegnata ai catecumeni, manifesta la condizione propria del battezzato, l’inaudita figliolanza divina. Il diletto Unigenito, Figlio eterno per natura, ci ha resi figli per partecipazione mediante l’incorporazione a Sé. Nel Vangelo il comportamento stesso del Messia è rivelatore: Egli non prega mai insieme con i discepoli, ma sempre da solo; la Sua relazione con il Padre è assolutamente unica e irripetibile, pur potendo essere comunicata per grazia, motivo per cui insegna loro come rivolgersi a Lui. Tale istruzione proviene proprio da Colui che, facendosi uomo, ci ha dischiuso le insondabili profondità della vita trinitaria al fine di aprircene l’accesso con la fede e i Sacramenti.

La nuova traduzione del Pater noster, che in Francia è già entrata nell’uso liturgico con la prima Domenica di Avvento, è stata presentata come un tentativo di rendere il testo originale in modo più adeguato alla mentalità contemporanea. La vecchia traduzione della penultima domanda – si ripete – non era errata, ma poteva provocare degli equivoci, facendo pensare che Dio stesso sia origine della tentazione. Personalmente posso testimoniare che, da quando la recito, un’idea del genere non mi hai nemmeno sfiorato, come moltissimi cattolici praticanti. Il problema potrebbe sorgere per quanti hanno scarsa familiarità con la fede, ma credo proprio che non si arrovellino per questo genere di questioni. La difficoltà nasce piuttosto per chi prega abitualmente ed è quindi intimamente legato alla lettera di determinate formule, specialmente se provengono direttamente dal Vangelo: continui cambiamenti non aiutano certo a crescere nell’unione con Dio.

Pare proprio, dunque, che ci troviamo di fronte all’ennesimo caso di problema inesistente, la cui “soluzione” non fa altro che complicare ulteriormente la vita dei credenti. Lasciamo da parte l’istruzione Liturgiam authenticam, che, ormai totalmente cassata, raccomandava traduzioni fedeli ai testi originali, ma fa parte dei molteplici tentativi di rimediare ai disastri della cosiddetta “riforma liturgica” senza andare alla radice del male. Lasciamo altresì da parte le dotte disquisizioni sul verbo greco eisphérō, tradotto esattamente dalla Vulgata con il verbo inducere, che in italiano significa indurre. C’è poi la parola tentazione (peirasmós, tentatio), che nella Bibbia indica tanto una prova di qualsiasi genere quanto la sollecitazione al male. Se volessimo accodarci agli esegeti nelle loro interminabili – e discordi – elucubrazioni, non ne verremmo più fuori, ma ci perderemmo in un labirinto senza via d’uscita. Basta un po’ di buon catechismo per sapere che Dio non sollecita nessuno al peccato (cf. Gc 1, 13-15), ma per saggiarci permette che il diavolo ci tenti, così come ci  mette alla prova in tanti altri modi, permettendo disgrazie, ingiustizie e malattie.

L’impressione è che questa volontà ostinata di “correggere” i testi sacri, almeno in traduzione, scaturisca da un tacito rifiuto della paternità divina, quale ci è stata rivelata dalla Scrittura e dalla Tradizione, a vantaggio di una nuova immagine di Dio, costruita intellettualmente in modo che sia compatibile con la “cultura” odierna. Il fatto è che la società attuale è, almeno nella sua dimensione pubblica, rigorosamente atea. Non tiene più nemmeno il deismo illuministico, che del resto era una menzogna bella e buona (si fa per dire), essendo volutamente pensato per sfociare nell’ateismo di massa. Una certa “pastorale”, tuttavia, si attarda caparbiamente a cercare un dialogo con chi, da quell’orecchio, non ci sente più da un pezzo. Davvero quella parte della Chiesa è rimasta indietro di duecento anni, come uno dei suoi principali ispiratori rinfacciava alla parte “conservatrice”, senza rendersi conto che accusava se stesso.

Che il Padre celeste metta alla prova i Suoi figli per educarli, correggerli e farli crescere in grazia è un’idea insopportabile agli esponenti della “neochiesa”, i quali, avendo adottato il culto dell’uomo, professano ormai un altro “dio”, inventato a immagine e somiglianza dell’uomo postmoderno, dimentico della propria natura e vocazione, incapace di vera paternità e ripiegato sulla ricerca di godimenti immediati quanto fugaci. Quei signori propongono un’idea di Dio adatta a persone immature che si rifiutano di maturare e funzionale a un loro illusorio benessere. Una “fede” del genere non serve esattamente a nulla, se non a fornire un vago conforto emotivo, quando se ne provi il bisogno, a chi “sceglie” di cercarlo lì. La parrocchia, di conseguenza, diventa per molti un rifugio in cui sentirsi autorizzati a regredire psicologicamente, moralmente e spiritualmente. Il cambio di paradigma dell’Amoris laetitia è tutto qui: non c’è nessuna riscoperta evangelica, ma soltanto la legittimazione di una resa incondizionata al nemico, che ha ridotto tanti cattolici a bambocci inabili a una vita morale matura, inconsapevoli del fatto che Cristo concede a tutti la grazia sufficiente per adempiere i Comandamenti e ignari dei Comandamenti stessi, che dobbiamo osservare per poter essere graditi a Dio.

In parole povere, un membro o un dirigente della “neochiesa” è uno che non sopporta che ci sia Qualcuno al di sopra di lui, verso il quale, con lo sforzo personale e con l’aiuto della grazia, sia chiamato a innalzarsi e al quale debba un giorno rendere conto. Il suo “dio” è qualcuno a cui deve andar bene qualsiasi scelta o comportamento umano e che non ha mai nulla da recriminare o tanto meno da giudicare, visto che è “misericordioso”; ma questa è soltanto un’idea puerile che dovrebbe servire a far star meglio le persone: in che senso non è chiaro, visto che è contraria, non dico alla fede rivelata, ma al semplice buon senso, anche dell’aborigeno australiano o del pigmeo equatoriale (i quali, quanto a religiosità naturale, potrebbero dar lezione a tanti pseudocattolici). L’immagine che mi sembra render più da vicino quell’idea è quella del distributore di bevande calde: in ufficio non è indispensabile alla sopravvivenza, ma, già che c’è, ci si ficca dentro la monetina e ci si beve un caffè, interrompendo ogni tanto la pausa per lavorare pure un pochino…

E voi, in un contesto del genere, volete parlare di Humanae vitae, indissolubilità del matrimonio, continenza prematrimoniale e via dicendo?… È semplicemente penoso lo spettacolo di quelli che si affannano a “salvare” la dottrina pur aggiornandone lapplicazione: se è immutabile la verità rivelata, è altrettanto immutabile la prassi morale che su di essa si fonda. E poi, di fatto, per la maggior parte dei battezzati è finito il Magistero, che non conta assolutamente più nulla. Forse quei teologi” vorrebbero rassicurare i pochi cattolici che hanno ancora la fede illudendoli che in realtà non stia cambiando nulla. Ma sono cinquant’anni che ci cantano questa manfrina… ed è cambiato tutto, è nata una nuova religione. Ci prendono per cretini? A nuova religione, nuovo culto e nuove preghiere: se non altro, in questo sono molto coerenti. Per modificare la fede, bisognava inventare nuovi modi di rivolgersi e di rendere onore alla divinità (che in questo caso, essendo una proiezione delluomo, non esige da lui alcun ossequio – concezione obsoleta e strasuperata – ma desidera soltanto una sua infantile felicità in questa vita; daltronde, ce n’è forse un’altra?!?).

Quando chiediamo al Padre di non indurci in tentazione, non ci aspettiamo certo che ci esoneri da qualsiasi prova, ma che ci preservi dalle tentazioni superiori alle nostre forze. Una tentazione può provenire da tre sorgenti: il diavolo, il mondo, la carne. Oggi il diavolo è scatenato; il mondo è impazzito; la carne sollecitata in modi e con mezzi inediti, impensabili fino a pochissimi decenni fa. Il Padre sa bene fino a che punto le nostre anime siano indebolite non solo dalla mancanza di una solida formazione e di un previdente addestramento, ma anche dai continui assalti delle forze nemiche, alle quali nulla sembra più opporsi. Per questo dobbiamo recitare il Pater con un ardore e una consapevolezza rinnovati, domandando a Dio di non lasciare che la prova ci schiacci e che le tenebre ci risucchino. Non dimentichiamo mai che la Sua assistenza e la Sua grazia non sono un dovuto: sono un dono concesso per pura benevolenza a creature peccatrici. Chiediamo quindi con umiltà e perseveranza: il Padre celeste non delude i Suoi figli; a chi accetta la sua severa pedagogia fa gustare dolcezze incomparabili.

Mi hai fatto conoscere le vie della vita; mi colmerai di letizia con il tuo volto: alla tua destra delizie senza fine (Sal 15, 11).

sabato 10 febbraio 2018


Peccati contro lo Spirito Santo



Genti peccatrici, populo pleno peccato miserere, Domine Deus. Esto placabilis super nequitiam populi tui (dall’Ufficio divino).

Nella storia dell’Antico Testamento, le minacce più gravi avevan di solito origine da settentrione (cf. Ger 1, 14). Invasori e razziatori provenienti dalla Mesopotamia non potevano infatti attraversare il deserto che li separava dalla Palestina; per questo dovevano risalire l’Eufrate e calare poi da Nord. Quando annuncia agli esuli in Babilonia l’ormai prossimo ritorno in patria, il Profeta rivela che Dio aprirà miracolosamente una strada nel deserto per farvi camminare i redenti, così come aveva tracciato una via nel mare perché i padri potessero marciarvi all’asciutto (cf. Is 43, 16-20). Ciò fa chiaramente comprendere che normalmente anche le carovane, seguendo il grande fiume, dovevano compiere un giro molto più lungo. Quando erano degli eserciti a mettersi in marcia, il popolo eletto tremava. Anche più tardi, nell’avvicendarsi degli antichi imperi, la minaccia verrà sempre da settentrione, come nel caso di quella potenza seleucide che nel II secolo a.C. cercò di annientare la religione d’Israele, tanto che ancora nell’Apocalisse lo scontro finale si annuncerà dalla stessa direzione (cf. Ap 20, 8).

Non a caso, nella liturgia tradizionale, il Vangelo della Messa solenne è proclamato dal diacono rivolto verso il Nord, considerato regione del buio a motivo della correlazione, legata all’inclinazione dell’asse terrestre, tra latitudine e durata delle giornate invernali. La luce della parola evangelica trattiene e dissolve le tenebre del mondo che ignora o combatte la verità divina; tale parola deve dunque risuonare con forza tramite i suoi annunciatori. Anche in questi ultimi secoli, in effetti, successive ondate di caligine si sono riversate sulla Chiesa da settentrione: eresia luterana, ideologia massonica, idealismo tedesco, materialismo dialettico, scientismo positivistico, esistenzialismo ateo… tutte gravissime derive del pensiero che hanno spento la luce della fede in gran parte dei popoli europei e, di rimbalzo, degli altri popoli cristiani, dipendenti dall’Europa sia sul piano religioso che su quello culturale. Il peggio è che, per un’esplicita volontà di “dialogare” con il mondo, i germi pestiferi responsabili di questo oscuramento sono stati deliberatamente assorbiti anche dai teologi cattolici, che in tal modo han finito, in molti casi, col tradire la verità rivelata, come nella cosiddetta svolta antropologica.

Chi proclama il Vangelo, oggi, dev’essere animato da una vivissima consapevolezza di essere stato posto come baluardo contro l’avanzare delle tenebre. Dall’oscurità che avvolge la società odierna emergono mostri ripugnanti che hanno ormai invaso anche parrocchie, curie diocesane, facoltà teologiche: idee, programmi e orientamenti del tutto irrazionali, aberranti e scandalosi. Ciò che disgusta di più è la sfrontatezza con cui certi chierici vomitano le loro assurdità pretendendo di essere in perfetta sintonia con l’insegnamento e la volontà di Cristo, che invece disonorano e bestemmiano in modo inaudito presentandoli come fondamento delle loro empietà. Di fatto, la parola del Salvatore, scritta e tramandata, li confuta su tutta la linea senza possibilità di replica; tuttavia l’ignoranza pianificata e la manipolazione delle menti sono riuscite a stravolgerne completamente ricezione e comprensione, fino a farle dire l’esatto opposto.

Non è per il gusto di rimestare nel torbido, ma per rinfrancare la fede e rintuzzare gli errori che, ancora una volta, mi sento obbligato a rievocare episodi sintomatici della deriva di molti Pastori, avvenuti nelle ultime settimane. Del primo è protagonista un sacerdote bergamasco, professore di morale nel locale seminario, che in una conferenza alla Gregoriana, argomentando la necessità di “rileggere” l’Humanae vitae alla luce dell’Amoris laetitia, è giunto in sostanza a presentare la contraccezione non solo come lecita, ma in certi casi praticamente obbligatoria. Purtroppo (per lui) la condanna della contraccezione è un insegnamento irreformabile; oltretutto – dovrebbe saperlo bene – non esiste circostanza che possa render lecito un atto intrinsecamente cattivo, così come non c’è “rilettura” di sorta che possa annullare il Magistero precedente. Per inciso: da chi è stato incaricato di sparare le sue castronerie da un pulpito così prestigioso?

Il secondo caso è quello del Vescovo di Como che, dopo aver sottoposto ai suoi preti una “bozza” di documento sulla pastorale dei divorziati risposati elaborata, anche qui, da un professorino del suo seminario, li ha convocati per annunciar loro che d’ora in poi dovranno ammetterli ai Sacramenti. La tesi “teologica” fondante del documento, evidentemente definitivo fin dall’inizio, è che, quando sia impossibile recedere da uno stato coniugale irregolare, esso non può più essere imputato come peccato; inoltre, dato che gli atti unitivi sono normale espressione di quello stato, essi non vanno più considerati illeciti. Peccato che si tratti di un volgare sofisma con cui si oscura completamente la responsabilità personale di chi in quello stato liberamente si è posto e liberamente permane. Il fatto che dall’unione illegittima siano nati dei figli, poi, non impedisce affatto l’astensione da ulteriori commerci sessuali (la quale, per non far torto a Giovanni Paolo II, non è proibita, ma lasciata alla scelta della coppia come opzione facoltativa, anziché come conditio sine qua non).

Lo sdoganamento del concubinaggio adulterino causerà innumerevoli sacrilegi, che già non sono affatto infrequenti, e porterà tante anime alla dannazione. Ma qui il peccato, se non altro, è ancora secondo natura. Udiamo invece che a Torino un altro professore di seminario, responsabile della pastorale degli omosessuali, ha organizzato un ritiro in convento per “fidanzati”. Il lodevole scopo era colmare una grave lacuna della legge che istituisce le unioni civili, la quale non prevede l’obbligo della fedeltà. Ecco allora che lo zelante apostolo si assume l’incarico di riempire i vuoti dell’ordinamento statale e si offre per insegnare ai sodomiti ad essere fedeli… cioè a perseverare nel peccato mortale, anziché a superare il loro disordine. Ma all’ultimo momento l’Arcivescovo, pressato dai giornalisti e dal clero (non certo dal Vaticano), sospende il ritiro, guardandosi bene, tuttavia, dal redarguire il prete per le sue scandalose posizioni. Tra parentesi: qualunque psicologo onesto sa benissimo che la fedeltà, in quel tipo di relazione, è strutturalmente impossibile, dato che quei disturbi affettivi rendono le persone gravemente instabili, spingendole a un’incessante quanto insaziabile ricerca di nuove esperienze.

Pensate a quei poveri seminaristi, costretti a subire vescovi e docenti del genere… Ma provate anche a immaginare lo stato dell’anima di questi ultimi: se sono sinceramente convinti di quanto affermano, sono completamente obnubilati nell’intelletto e nella coscienza; in caso contrario, sono degli imbroglioni, mentitori, disonesti, ipocriti e spergiuri: per guidare una diocesi e insegnar teologia, infatti, bisogna professare il Credo e giurare fedeltà al Magistero. Essi sono fuori della comunione ecclesiale in quanto disobbediscono scientemente alla legge di Cristo, la quale, nel regime della grazia, può essere sempre osservata e deve quindi essere osservata: ciò che era impossibile al peccatore è diventato possibile al redento. Altrimenti, in che consisterebbe la novità cristiana di cui si riempiono tanto la bocca? Nel vivere come tutti gli altri, commettendo gli stessi peccati, ma sentendosene giustificati?

Se uno non è d’accordo con la Chiesa e con la sua dottrina, è libero di andare dove vuole: dai valdesi, dai luterani, dagli anglicani, che professano le medesime aberrazioni – e, proprio grazie ad esse, sarebbero già scomparsi, se la massoneria non praticasse con loro l’accanimento terapeutico. Ma come sono ingenuo: stare nella Chiesa Cattolica assicura una posizione, un potere, un prestigio imparagonabili… Piuttosto che sloggiare (come sarebbe logico e doveroso), perché non trasformare la Chiesa in base alle proprie idee? Fra l’altro, ci sono stati illustri precedenti in quest’ultimo mezzo secolo: è una strategia di successo, basta spingerla fino all’estremo. In fin dei conti, le iniziative di quei signori, che, essendo cattolici solo di nome, esercitano illegittimamente il ministero, servono semplicemente da apripista per la realizzazione dell’agenda di qualcuno che sta più in alto di loro e occupa il suo posto in modo altrettanto illegittimo.

La loro vittoria, però, non sarà mai completa: ci saranno sempre preti che continueranno, tetragoni, a predicare la sana dottrina per la salvezza delle anime e, con loro, fedeli decisi a perseverare nella verità che salva, costi quel che costi. Quanto ai traditori, ripetete con me: Deus meus, pone illos ut rotam, et sicut stipulam ante faciem venti (Sal 82,14). È parola di Dio, sempre e infallibilmente efficace. Come? Non è carità maledire gli empi impenitenti? E chi l’ha detto? Vorremmo essere più perfetti del buon Dio, che per mezzo dello Spirito Santo ha ispirato quella preghiera e, una volta fattosi uomo, l’ha recitata Egli stesso? È proprio l’amore per Lui che ci spinge a chiedergli di neutralizzare chi Lo vilipende apertamente e ne allontana le anime, ma anche l’amore per le anime stesse e perfino per quegli scellerati, che corrono a rotta di collo verso l’Inferno: l’essere spazzati via potrebbe risultare per loro l’ultima occasione per rinsavire, almeno in extremis.

N.B.: per aggiornamento, leggete http://www.lanuovabq.it/it/linaccettabile-adulterio-sdoganato-dai-vescovi

sabato 3 febbraio 2018


Noi non abbiamo il culto dell’uomo



A veritate quidem auditum avertent, ad fabulas autem convertentur (2 Tm 4, 4).

Ci dispiace dover contraddire papa Montini in ciò che affermò nel solenne discorso di chiusura del Concilio Vaticano II, dai contenuti a dir poco scandalosi: «La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, più di tutti, siamo i cultori dell’uomo».

Forse il Signore ha aspettato che arrivassimo al collasso totale per aprirci gli occhi sulla carica eversiva di queste parole; prima, vista la generale euforia, ha lasciato che ci stordissimo ben bene per cinquant’anni nell’ebbrezza del nuovo umanesimo (ebbene sì, proprio lo stesso noioso leit-motiv della CEI). Ma già allora ci si sarebbe potuti domandare come possa la religione del Dio incarnato incontrarsi con immensa simpatia con la religione dell’uomo che si fa Dio, ossia con la religione, tipicamente massonica, dell’Anticristo. «Quale intesa tra Cristo e Beliar?» (2 Cor 6, 15). È proprio la tentazione delle origini, che portò l’uomo alla sua rovinosa caduta: «Voi sarete come Dio» (cf. Gen 3, 5). Questo figlio della terra che, istigato dal diavolo, pretende di farsi “dio”, quanto più si fa grande, tanto più dilata a dismisura i bisogni del suo ego arrogante e presuntuoso – quei bisogni, appunto, che da quanto asserito avrebbero assorbito l’attenzione del Concilio.

Questo assurdo equivoco ha forse condotto gli umanisti moderni (che non rinunciano affatto alla trascendenza delle cose supreme, ma la negano e combattono) a rivedere il loro rapporto con la Chiesa e con la fede cattolica? Ponete la domanda a Eugenio Scalfari. Vi risponderà che è avvenuto l’esatto contrario: è la Chiesa che ha riveduto il suo rapporto con l’umanesimo ateo, fino ad assorbirlo in sé e ad approvarlo per bocca del suo capo, intimo amico di lui. Nel frattempo il «mondo umano moderno», rincuorato dalla «corrente di affetto e di ammirazione» che su di esso «si è riversata dal Concilio», è sprofondato in un baratro di peccato, abiezione e laidume che la storia non aveva mai conosciuto prima, fino all’irrazionale deformazione del concetto stesso di uomo, tesa a giustificare e promuovere tale disgustosa decadenza.

Nella frenetica e stolida rincorsa dietro questo mondo impazzito, anche gran parte dei vescovi, preti e fedeli sembrano aver perso la ragione, oltre alla fede; i pochi che si tengono ancora aggrappati all’una e all’altra vengono totalmente isolati, screditati e delegittimati. Perfino quanti conservano una fisionomia più “classica”, malgrado l’aspetto esteriore, sono spesso interiormente programmati in base a quella poltiglia di personalismo, egualitarismo, inclusivismo comunitario e socialeggiante con la quale, ignorando totalmente la Tradizione, si può pacificamente annullare anche la Scrittura, “riletta” in modo tale da farle dire l’opposto di ciò che di fatto afferma e che la Chiesa vi ha sempre compreso. La manipolazione delle menti è stata così fine e pervasiva che questa mistificazione onnicomprensiva passa normalmente inavvertita anche dagli intelletti più sinceri, deformati dagli studi teologici e dai cliché seminaristico-conventuali.

Con il grimaldello di una libertà di coscienza sganciata dalla verità oggettiva, il nuovo umanesimo conciliare ha forzato ogni logica, plasmando una mentalità ecclesiale secondo cui nessuno, praticamente, può essere più considerato responsabile di nulla, anzi nessun comportamento o quasi può essere più valutato come intrinsecamente cattivo: il valore di qualsiasi azione dipende dalle circostanze; se proprio non si riesce a farla passare per buona, essa non è imputabile… L’abolizione del pensiero logico-metafisico, tuttavia, non ha di certo contribuito alla tutela della dignità umana: al contrario, il sostanziale annullamento della responsabilità degrada l’uomo al rango delle bestie. C’è poi da stupirsi se la cultura contemporanea riduce l’intelligenza al livello tecnico-pratico e concepisce la conoscenza unicamente come una griglia di ipotesi utile allo sfruttamento della realtà in funzione di determinati obiettivi? In compenso, questa “scienza” che per principio rinuncia alla verità dà per scontati i “dogmi” indiscutibili del materialismo evoluzionistico…

La “fede” che oggi il mondo esige, all’opposto di quella che è dovuta a Dio, pretende un’assunzione cieca di dati e contenuti del tutto irrazionali, come l’assurda idea che un universo incredibilmente complesso e ordinato si sia determinato da solo e per caso, senza un artefice intelligente. È molto peggio dell’ipotesi che il vostro computer si sia formato casualmente, assemblandosi pezzo per pezzo in milioni di anni… o che la Divina Commedia si sia composta da sé con la casuale ricaduta dei caratteri tipografici in seguito all’esplosione di una tipografia. Anche la storiella, seppur meno pretenziosa, del signor Darwin (quella delle scimmiette immortali che, avendo a disposizione delle macchine per scrivere e un’infinita quantità di carta, potrebbero prima o poi comporre a caso il Pater noster) merita un Nobel per la logica: sul piano meramente statistico, una probabilità su miliardi è nulla ed equivale a impossibile. Per inciso: esistono scimmie immortali? e chi ha fornito loro le macchine per scrivere e l’infinita quantità di carta?

Grazie al nuovo umanesimo, che ha messo in soffitta l’apologetica, i preambula fidei e gli argomenti sulla ragionevolezza della rivelazione cristiana, in moltissime anime la fede è stata rimpiazzata da questo genere di barzellette, che provocherebbero grasse risate, se non fossero tragicamente reali. Poi come fa un bambino a credere in Dio creatore (ammesso che almeno al catechismo gliene parlino ancora), se a scuola lo indottrinano con le assurdità del Big Bang e dell’evoluzionismo? E, se non può credere in Dio creatore, come crederà in tutto il resto? Non ci prenderà piuttosto per matti tutti quanti, preti, catechisti e compagnia? Niente paura: in parrocchia ci sarà pur qualche movimento che, con le sue proposte, lo illuderà di poter saltare il problema a piè pari, perché l’importante è l’esperienza, lo Spirito, il cammino… in cui c’è tutto, senza alcun bisogno d’altro. Poi, se il vescovo gli richiederà un giorno la frequenza della locale facoltà teologica, sfangherà in qualche modo gli esami tanto per levarseli, ma non sentirà alcun bisogno degli studi. Certo, in questo momento è paradossalmente meglio così; ma quando mai scoprirà la retta fede e la sua giusta comprensione intellettuale?

Ringraziamo dunque i cultori dell’uomo che con la loro immensa simpatia hanno spalancato le porte della Chiesa e dei credenti a chi lo riduce a scimmia, a un essere incapace di verità e privo di senso morale. Ma ringraziamo soprattutto e sul serio – non mi stancherò mai di ripeterlo – il Signore, che, in questo generale oscuramento delle menti, ci ha lasciato il ben dell’intelletto e una coscienza vigile. Si soffre, indubbiamente, ma ribadisco che è buon segno: se non soffrissimo, saremmo messi male. Quindi: sursum corda! Riprendiamo il filo là dove è stato tagliato e ricominciamo a cucire. A poco a poco, il ricamo riprenderà la sua forma e mostrerà di nuovo la sua  bellezza millenaria. L’antico, per il cristiano, è sempre nuovo, così come l’autenticamente nuovo è sempre antico, perché ha radici eterne e un compimento al di là del tempo.

P.S.: se qualcuno vuole approfondire, edificando sulle fondamenta del Catechismo di san Pio X, può studiarsi il Catechismo Romano o anche il Compendio di Teologia Dogmatica di Ludwig Ott. Per la filosofia cristiana, potete ordinare un’opera introduttiva di padre Cornelio Fabro (come l’Introduzione a san Tommaso); per la morale, il Dizionario di Teologia Morale diretto da Francesco Roberti. Sono ovviamente opere un po’ datate e non possono quindi contemplare i problemi più recenti, specie in ambito etico; tuttavia sono sempre valide e trasmettono la capacità di impostare correttamente una riflessione anche da sé.

sabato 27 gennaio 2018


Bilancio di una situazione apocalittica



In sintesi, si può affermare che la società contemporanea – e ora anche la dirigenza della Chiesa Cattolica – sta frullando i cervelli per ridurre tutti e ciascuno a burattini manovrabili a piacimento. Lo scopo è sempre più evidente: distruggere la persona umana equiparando il male al bene, anzi rendendo il primo preferibile al secondo, fino a farlo apparire praticamente obbligatorio. È così che il divorzio va deciso nell’interesse dei figli, altrimenti obbligati a vivere in un ambiente conflittuale; l’aborto è inevitabile in nome dell’autodeterminazione della donna e, nel caso, della salvaguardia di un esserino malformato cui verrebbe inflitta, facendolo nascere, una vita di sofferenza; ai bambini bisogna lasciare facoltà di scegliere l’orientamento sessuale liberi da stereotipi di genere imposti all’umanità per migliaia di anni; purché ci sia l’amore, tutti hanno il diritto che sia pubblicamente riconosciuta la loro unione – possibilmente contro natura – con tanto di sussidi e sgravi fiscali; se per un malato non c’è più niente da fare, è opera buona accorciargli la vita addormentandolo in modo irreversibile o sospendendogli nutrizione e idratazione…

Sono soltanto alcuni esempi, fra i più eclatanti, di discorsi totalmente irragionevoli, diventati però, nel giro di pochissimi anni, filosofia di vita delle moltitudini, anzi dogmi e precetti assolutamente indiscutibili. Il problema è che un simile sragionare è sintomo di un vero e proprio squilibrio mentale, sebbene non sia classificato come tale nei manuali di psichiatria. Se non altro, però, l’attuale congiuntura culturale dimostra in modo lampante l’intima connessione esistente tra sana dottrina, retta ragione e salute intellettuale. Sebbene, in astratto, la nostra mente sia di per sé in grado di riflettere correttamente sulla realtà, l’ignoranza o l’abbandono della verità rivelata, almeno in culture un tempo cristiane, la espone a tutta una serie di errori e incongruenze in cui rischia seriamente di smarrirsi e che incidono sul suo equilibrio. Oggi, per una valida psicoterapia, occorrerebbe ripartire dai fondamenti del retto pensare, altrimenti si rimane sulla superficie di difficoltà esistenziali quasi sempre dovute a un’educazione sbagliata.

Se quanto sta accadendo a livello politico provoca in chi è ancora sano un profondo smarrimento, il fatto che la Chiesa taccia in proposito o sia addirittura connivente lo getta nello sgomento. Ciò a cui stiamo assistendo, d’altronde, non è altro che lo scoppio di un bubbone che maturava da mezzo secolo, periodo in cui si è riproposta la fede e la morale aprendo continuamente varchi all’errore con la scusa di “aggiornarle”. Così da una parte la contraccezione è intrinsecamente cattiva, ma dall’altra c’è la paternità responsabile; da una parte c’è l’apertura alla vita, ma dall’altra il bene degli sposi; da una parte si mette in guardia da un uso improprio del matrimonio, ma dall’altra si invita a riscoprire un eros redento… e così via, per limitarsi a un ambito determinato, un tempo croce dei confessori (che ora, invece, rischiano di usare il sacramento in modo tale da incitare al peccato contra sextum). La convivenza non è ammessa, ma è normale che due fidanzati, visto che si vogliono bene, facciano prima una prova; se non dovesse funzionare, possono ancora scegliere di non volersi più bene…

Ringraziamo il Signore se questi discorsi ci fanno inorridire: è buon segno. In questa situazione apocalittica, significa che abbiamo ricevuto la grazia inestimabile di conservare la sana dottrina, la retta ragione e l’equilibrio mentale. Non è affatto una forma di presunzione riconoscere la propria sanità spirituale sulla base della Rivelazione divina, di un intelletto funzionante e di una coscienza ben formata; metterla in dubbio, al contrario, sarebbe un grave affronto al Creatore (nonché a sé stessi). È ovvio che questa certezza non debba diventare motivo di superbia o di fanatismo, ma una serena consapevolezza dei doni ricevuti non ha nulla a che vedere con quegli atteggiamenti. La controprova di una buona salute dell’anima è un’umiltà sincera e non affettata, una carità fattiva e discreta, un’inalterabile pace di fondo nella lotta e, non da ultimo, una certa dose di scanzonato umorismo, anzitutto nei propri confronti.

Non so se andiamo incontro a cambiamenti sconvolgenti; come al solito, preferisco non azzardare previsioni. Finora hanno seguito la collaudata tecnica della “rana bollita” e dell’avvelenamento graduale; l’effetto, in molti casi, è l’inavvertita morte della coscienza per “addormentamento palliativo”. Qualsiasi cosa succeda, comunque, dobbiamo conservare la granitica certezza che, malgrado i cattivi Pastori e l’apostasia dilagante, la Chiesa è e rimane indefettibile, seppure oscurata. Essa persiste in un piccolo resto. Non sono le folle dei movimenti, nei quali si semina sull’acqua per mancanza di una solida formazione umana al retto pensare e al retto agire, ovvero si costruiscono cattedrali sul nulla di un’ignoranza pressoché totale della sana dottrina e della vita virtuosa. C’è invece un popolo di resistenti – sparpagliato, ma perseverante – a cui il Signore non fa mancare le grazie necessarie per mantenere la rotta nella tempesta, nonostante la colossale mistificazione di cui siamo vittime da cinquant’anni.

La Madonna sta radunando i suoi eletti, sacerdoti e fedeli, facendoli incontrare e unendoli tra loro a dispetto delle fragilità di ognuno e delle differenze di provenienza, temperamento, formazione ed esperienza. L’importante è sforzarsi di essere docili alle guide che la Provvidenza ci ha posto accanto, rinunciando una volta per tutte a vagabondare da un sito all’altro a caccia di presunti messaggi, profezie e rivelazioni. Non mi stancherò mai di mettere in guardia da questo pericolo. Abbiamo già elementi più che sufficienti per fare una diagnosi adeguata della situazione; ora dobbiamo concentrarci nell’unione con Dio, nella formazione religiosa e nella pratica delle virtù, in primis la carità, soprattutto con le persone a noi più vicine e magari più disorientate. La Madre della Chiesa e degli uomini sta riversando fiumi di grazie sui suoi figli, perché li vuole salvare. Per farci Suoi collaboratori, mortifichiamo dapprima la volontà propria e ricerchiamo quel silenzio interiore che ci permetta di udire gli appelli dello Spirito Santo.

In virtù del Tuo Sacrificio e per la mediazione della Beata Vergine Maria, Signore Gesù Cristo, regna sul mondo intero, salva la Tua Chiesa peregrinante sulla terra, libera le anime del Purgatorio e riversa su di noi i torrenti della Tua misericordia.

Che il Tuo Sangue prezioso scenda su di noi, sulle persone che portiamo nel cuore e ci sono affidate, sulla Santa Sede e su tutta la Chiesa militante, ne allontani ogni male e influsso diabolico e vi faccia trionfare la grazia (da ripetere all’elevazione).

sabato 20 gennaio 2018


Chiesa in appalto



Nell’ultimo ventennio del secolo scorso la Chiesa è stata data in appalto a tutta una serie di mafie “cattoliche” (di origine italica, ispanica o americana) che si sono incaricate delle strategie di espansione (definite cumulativamente nuova evangelizzazione), del reclutamento del personale (altrimenti dette vocazioni), della penetrazione negli ambienti del potere (coperta da lodevoli intenti pastorali) e, non da ultimo, del fund raising (ovvero del sovvenzionamento finanziario necessario a ciascuna e all’indispensabile oliatura dell’ingranaggio burocratico). Lo sviluppo delle singole organizzazioni ha richiesto, com’è comprensibile, un’equa spartizione del territorio che consentisse ad ognuna di esse di ampliarsi a sufficienza e di stabilire un proprio monopolio in un determinato settore. L’immagine mediatica risultante dall’operazione, ovviamente, non poteva essere più esaltante, specie in occasione degli oceanici raduni in cui le diverse mafie, singolarmente o tutte insieme, esibiscono al mondo la loro potenza.

Di solito – come tutti sanno – i cartelli mafiosi non si fanno la guerra (dato che le perdite sarebbero quasi certamente superiori agli acquisti), a meno che non siano in gioco interessi vitali, legati alla sopravvivenza stessa. Al massimo, entro limiti prestabiliti, essi possono farsi un po’ di concorrenza regolata da taciti quanto inderogabili accordi; eventuali sconfinamenti si fan comunque pagare con pronte rappresaglie o eloquenti avvertimenti atti a ristabilire l’ordine convenuto. Neanche in casa cattolica, analogamente, un movimento si azzarda ad attaccarne un altro: sarebbe contrario agli interessi singoli e comuni, non avrebbe alcun senso; e poi – parolina magica sempre pronta all’uso – lederebbe la “comunione”… Semmai si organizzano incontri per far conoscere e mettere in contatto “carismi” diversi (cosa che tradisce in modo pacchiano una realtà da compartimenti stagni), salvo che l’uno o l’altro carisma non si consideri autosufficiente o prediliga istituzionalmente un “basso profilo”, funzionale ad un’azione sotto traccia.

Anche banali episodi della vita quotidiana possono svelare, a chi sa leggerli, tutto un mondo di pensieri non detti e di abituali dissimulazioni. Può così capitare che un esponente di un movimento fra i più agguerriti nel difendere l’evento cristiano denigri con sufficienza un libro che denuncia con dati inconfutabili la natura fasulla di presunte apparizioni mariane di cui le competenti autorità ecclesiastiche non hanno mai riconosciuto l’origine soprannaturale… Perché non leggerlo, prima di irriderlo? Da parte di qualcuno che insegna la sacra dottrina sarebbe quanto meno doveroso, se non altro per poterne fare una critica circostanziata. Invece il professore decide di soprassedere a priori alla lettura, che pure potrebbe fornirgli un mucchio di informazioni rilevanti. Forse che questo l’obbligherebbe a rivedere l’opinione normalizzante che si è formato in proposito e, di conseguenza, i suoi rapporti con tutto il fenomeno e con le persone ad esso legate?

Il fatto è che la coscienza di un essere umano (e ancor più quella di un cristiano, ma ancor più quella di un prete) non dovrebbe poter rimanere tranquilla nella scelta di ignorare deliberatamente una verità che si offre alla conoscenza. Sarà certamente scomoda, sarà imbarazzante, sarà forse addirittura inquietante, ma una verità accessibile, a portata di mano, non la si può semplicemente accantonare. Dov’è finita la povera coscienza? Probabilmente langue, soffocata sotto cumuli di sofismi cementati da una sterminata erudizione che, a quanto pare, non serve a nulla, se non a blindare convincimenti irreformabili, ma di dubbia tenuta, su ogni cosa. È pur vero che, nel ceto ecclesiastico, si presume abbastanza comunemente di esser più infallibili del papa quando parla ex cathedra; ma nel mondo creato, teoricamente, dovrebbe esserci un limite a tutto, compresa la presunzione clericale.

Ora, questo banale esempio non vale solo in rapporto alla contingenza evocata, ma è sintomatico di tutto un atteggiamento con cui le predette mafie si pongono di fronte alla situazione abnorme in cui si trova attualmente la Chiesa: non è la verità che conta (tanto meno la salvezza delle anime, locuzione caduta in totale desuetudine), ma il mantenimento delle posizioni acquisite e la difesa degli interessi dell’impero politico-finanziario a cui si appartiene. Con quei soggetti è impensabile uno scambio di idee franco e obiettivo sulle quotidiane sparate dell’inquilino di Santa Marta e sul conseguente sfacelo del Popolo santo di Dio, che peraltro era già in condizioni pressoché disperate. Al massimo trapelerà – in tutta riservatezza e discrezione – qualche contenuta espressione di detestazione, ma mai, mai una mezza parola che possa incrinare una lealtà incondizionata, capiti quel che capiti… Correzioni formali o filiali non si nominano neppure, non è bon ton.

È per questo che la Chiesa Cattolica deve rinascere dal basso, cioè da piccoli gruppi di autentici fedeli che abbiano ricevuto l’inestimabile grazia di non perdere la fede (quella vera). Il demonio ha affinato le sue armi: non seduce più i mortali soltanto con le rozze menzogne dell’ateismo di massa, pratico o teorico, ma anche con abili contraffazioni del cristianesimo, tanto più rassicuranti quanto più si spacciano per conservatrici. Magari esse ingaggiano pure i loro aderenti in singole campagne per difendere i “valori”, salvando così la faccia, ma non si espongono mai in modo decisivo. La loro eventuale presenza, coperta o manifesta, nell’agone politico non dà poi fastidio più di tanto… Saranno tutte casualità o c’è una spiegazione coerente? Non sarà mica una strategia diabolica per dirottare sforzi ed energie su piste tutto sommato inoffensive per il mondo e i suoi signori? Come mai nessuno di questi ferventi apostoli alza la voce contro gli abomini e le bestemmie di cui siamo testimoni giorno per giorno? Va proprio tutto bene, madama la marchesa?

Il fatto è che non si sarebbe dovuta dare la Chiesa in appalto a movimenti e organizzazioni che fin dall’inizio tradivano retroscena quanto meno sospetti. La loro adulazione (interessata) del Vicario di Cristo – chiunque fosse – ha portato ad una papolatria di cui ora si manifesta tutta la perniciosità, ma che piace moltissimo, paradossalmente, ai nemici di Dio. Il trionfalismo delle loro proposte, d’altronde, ne ha nascosto magagne e incongruenze, facendo chiudere gli occhi, da una parte, sulla loro qualità effettiva e, dall’altra, sulle reali condizioni morali e spirituali degli affiliati. Questi ultimi oscillano di solito tra un intellettualismo astratto, privo di incidenza sulla loro esistenza concreta, e un culto narcisistico della propria esperienza religiosa, identificata con la quintessenza del vero cristianesimo. Ma quante ce ne sono?

La vita cristiana è un cammino di santificazione individuale e collettiva in cui la fede teologale trova sbocco nella lotta al peccato e nell’esercizio delle virtù, con tutto ciò che questo comporta in pratica (e che i Santi hanno sempre insegnato): preghiera, penitenza, ascesi, mortificazione, sacrificio… ciò che ad un tempo manifesta e accresce l’amore di Dio e del prossimo, nell’obbedienza ai Comandamenti e alle leggi della Chiesa. Oggi molti membri dei movimenti in buona fede rischiano una profonda crisi di identità e di coscienza, dibattendosi nella terribile dissonanza cognitiva tra ciò che si è sempre creduto e ciò che di fatto si vede e si sente. L’unica via d’uscita è un ritorno alle fonti genuine della dottrina, della liturgia e della preghiera, che non sono monopolio di questa o quella aggregazione tradizionalista, ma sono un tesoro a disposizione di tutti i fedeli.

Innàlzati sopra i cieli, o Dio, e su tutta la terra la tua gloria, perché siano liberati i tuoi diletti (Sal 107, 6-7).