Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 14 aprile 2018


Aut aut



Et ego non sum turbatus, te pastorem sequens (Ger 17, 16).

«Io non sono turbato, seguendo te come pastore». Ripetiamo spesso queste parole: d’ora in poi ci saranno sempre più utili. Qualunque cosa accada, non dimentichiamo in alcun caso che abbiamo per guida il Signore stesso, che non potrà mai abbandonare i Suoi autentici fedeli. Colui che dovrebbe farne le veci sulla terra, in realtà, fa le feci del diavolo, coadiuvato da un ignobile scribacchino fondatore di una testata che non è altro che una cloaca a cielo aperto di menzogne e diffamazioni: fino a cinque anni fa, contro la Chiesa e il Papa; ora, contro la verità salvifica e chiunque la difenda. Eiezioni a parte, i due compari farebbero meglio a riflettere che, data la loro età, sono statisticamente prossimi – se non si convertono prima di schiattare – a quell’Inferno che negano in modo così spudorato e che le loro animacce non si dissolveranno di certo, visto che l’immortalità dell’anima è un dogma sancito dal Concilio Lateranense V (cf. DS 1440). Anche l’eternità delle pene infernali, peraltro, è verità rivelata nel Vangelo e costantemente insegnata dalla Chiesa fin dai tempi più antichi (cf. Mt 25, 41; DS 76); negarla equivale a rendere superflua la Redenzione e a svuotare tutto il mistero cristiano.

A che servono ambigue smentite ufficiali senza che sia riaffermata in modo inequivocabile la verità oscurata, così da tentare almeno di soffocare il rimbombo planetario della notizia? Perché limitarsi ad affermare genericamente che «non vengono citate le parole testuali pronunciate dal Papa» senza dichiarare che cosa abbia effettivamente detto, così da correggerne il “travisamento”? E perché continuare ottusamente a invitare sempre lo stesso giornalista, se davvero manipola regolarmente le conversazioni? Quale persona di buon senso insisterebbe a far le proprie confidenze a qualcuno che poi ogni volta, distorcendole, le rende di pubblico dominio? Visto che quelle stesse idee, oltretutto, sono già state espresse dall’interessato varie volte in altre occasioni, chi può credere ancora che non facciano realmente parte delle sue convinzioni? Si tratta proprio delle opinioni eterodosse messe in circolazione dalla pseudoteologia tedesca, che negli ultimi decenni ha culturalmente colonizzato l’America Latina.

Come se non bastasse, la “smentita” è arrivata, a quanto pare, solo dopo che un cardinale, a nome di un gruppo di porporati, ha telefonato al Papa minacciandolo di far valere una delle quattro cause di cessazione dall’ufficio di Sommo Pontefice, specificamente la terza. È proprio il caso, allora, di evocarle rapidamente soffermandosi su quella che riguarda la situazione odierna. Ci è di prezioso ausilio un articolo del maggiore canonista italiano, il gesuita Gianfranco Ghirlanda, pubblicato sulla Civiltà Cattolica (n. 3905, 2 marzo 2013) in tempi assolutamente non sospetti, cioè durante l’ultima sede vacante: non si può certo accusare l’autore di intenti polemici o di chissà quali secondi fini. Il testo, com’è naturale, si concentra sul caso della rinuncia, ma in questo momento ci interessa soprattutto l’inizio: «La vacanza della Sede Romana si ha in caso di cessazione dell’ufficio da parte del Romano Pontefice, che si verifica per quattro ragioni: 1) morte; 2) certa e perpetua pazzia o totale infermità mentale; 3) notoria apostasia, eresia o scisma; 4) rinuncia» (p. 445).

Già circa la salute psichica del Sedicente sussistono forti dubbi, tanto che un lettore, a proposito dei quattro incomprensibili “postulati” cui si richiama di continuo, si è potuto esprimere in questi termini: «Roba da matti. Ora mi è tutto più chiaro. Dunque Bergoglio ha gravi problemi mentali… soffre di una pesante forma di psicosi. Questo spiega le disastrose incongruenze del suo pontificato, che, con Lutero e l’Amoris laetitia, hanno già varcato la soglia dell’eresia. Chissà, forse un giorno la cosa sarà manifesta… Mi stupisce molto che fra i tanti che hanno letto l’Evangelii gaudium, con le deliranti affermazioni parafilosofiche in essa contenute, non vi sia ancora chi abbia sollevato la questione della psicosi del papa. […] il testo è frutto di una mente malata». Il fatto è che, in questo caso, la totale infermità mentale non è facilmente certificabile in modo definitivo – per non parlare del fatto che, in base al criterio delle idee sballate, bisognerebbe rinchiudere in clinica psichiatrica buona parte dei docenti di teologia e filosofia.

Ma è questo il punto su cui dobbiamo fissare l’attenzione: che cioè le disastrose incongruenze di questo pontificato, dovute alle aberranti convinzioni del titolare, hanno già abbondantemente varcato la soglia dell’eresia. Giustamente il nostro caro amico menziona la palese approvazione di un eretico e le disposizioni contrarie alla legge divina in materia di morale matrimoniale. Queste ultime, con la pubblicazione negli Acta Apostolicae Sedis, hanno acquisito il carattere ufficiale di norma universale. Ma già le primissime e devastanti interviste del settembre-ottobre del 2013 rigurgitavano di affermazioni farneticanti, del tutto contrarie alla retta ragione e alla sana dottrina. Che la causa sia la pazzia o meno, l’eresia era già conclamata, anche senza le solenni sciocchezze sull’Inferno e sull’anima. A questo punto dobbiamo tornare ad ascoltare il buon padre Ghirlanda a proposito della terza causa di cessazione dall’ufficio di Romano Pontefice.

«Il munus del Capo è esercitato per il bene di tutta la Chiesa a tutela dell’unità della comunione ecclesiale. Il Pontefice rappresenta il Collegio dei Vescovi e la Chiesa nel senso che ha potestà su tutti i Vescovi e su tutta la Chiesa, ma proprio a garanzia e tutela dell’integrità della fede che Cristo ha depositato nella Chiesa per mezzo degli Apostoli, della verità e santità dei sacramenti istituiti da Cristo, della struttura fondamentale della Chiesa stabilita da Cristo e dei doveri e diritti fondamentali di tutti i fedeli, nonché di quelli propri di ogni loro categoria. Allora, se il Romano Pontefice non esprimesse quello che già è contenuto nella Chiesa, non sarebbe più in comunione con tutta la Chiesa, e quindi con gli altri Vescovi, successori degli Apostoli. La comunione del Romano Pontefice con la Chiesa e con i Vescovi, secondo il Vaticano I, non può essere comprovata dal consenso della Chiesa e dei Vescovi, in quanto non sarebbe più una potestà piena e suprema liberamente esercitata (canone 331; Nota Explicativa Praevia, 4).

Il criterio, allora, è la tutela della stessa comunione ecclesiale. Là dove questa non ci fosse più da parte del Papa, egli non avrebbe più alcuna potestà, perché ipso iure decadrebbe dal suo ufficio primaziale. È il caso, ammesso in dottrina, della notoria apostasia, eresia e scisma, nella quale il Romano Pontefice potrebbe cadere, ma come “dottore privato”, che non impegna l’assenso dei fedeli, perché per fede nell’infallibilità personale che il Romano Pontefice ha nello svolgimento del suo ufficio, e quindi nell’assistenza dello Spirito Santo, dobbiamo dire che egli non può fare affermazioni eretiche volendo impegnare la sua autorità primaziale, perché, se così facesse, decadrebbe ipso iure dal suo ufficio. Comunque in tali casi, poiché “la prima sede non è giudicata da nessuno” (canone 1404), nessuno potrebbe deporre il Romano Pontefice, ma si avrebbe solo una dichiarazione del fatto, che dovrebbe essere da parte dei Cardinali, almeno di quelli presenti a Roma. Tale eventualità, tuttavia, sebbene prevista in dottrina, viene ritenuta totalmente improbabile per intervento della Divina Provvidenza a favore della Chiesa» (pp. 445-446).

Le vicende di questi ultimi cinque anni, purtroppo, ci dimostrano che l’eventualità in oggetto non è affatto totalmente improbabile: non solo l’eresia del Papa è notoria, ma è chiaramente venuta meno la tutela della comunione ecclesiale, dalla quale, con le sue dichiarazioni, egli si è separato e che ha spezzato tra le membra del Corpo. Tale assenza di comunione (che lo rende anche scismatico, oltre che eretico) non può essere supplita – come insegna il Concilio Vaticano I – dal consenso della Chiesa e dei Vescovi, che non rappresentano un’autorità superiore. Con queste affermazioni non neghiamo certo l’onnipotenza della Divina Provvidenza nella guida della Chiesa militante, ma siamo costretti ad ammettere che la Provvidenza stessa abbia disposto questa terribile eventualità, sempre per il bene della Chiesa. In questo modo essa separa i veri cattolici dai falsi, prova i primi rafforzandone la fede e castiga i secondi abbandonandoli alla menzogna, che hanno cercato e accolto. Suprema giustizia, suprema misericordia.

L’unica preoccupazione che rimane è quella per i semplici che sono tratti in inganno e per chi, in buona fede, è soggetto a errore o ignoranza invincibile (anche se sono sempre di più i sacerdoti e i fedeli costretti dagli eventi ad aprire gli occhi sullimpostura). Lo Spirito Santo, nella misura della loro rettitudine di cuore, può certo scusarli o preservarli da derive irrecuperabili, ma questo non ci autorizza a crogiolarci tranquillamente nelle nostre sicurezze senza darci pensiero per loro. Perciò è indispensabile che quanti hanno facoltà di intervenire nella direzione indicata dal nostro canonista lo facciano al più presto e senza esitazione: che riprendano pubblicamente l’occupante del soglio petrino perché o si corregga o lo abbandoni.

sabato 7 aprile 2018


La corona di Salomone



Egredimini et videte, filiae Sion, regem Salomonem in diademate quo coronavit illum mater sua in die desponsationis illius, et in die laetitiae cordis eius (Ct 3, 11).

Quest’anno la solennità dell’Annunciazione ha coinciso con la Domenica delle Palme ed è stata perciò trasferita a lunedì prossimo, primo giorno libero dopo l’Ottava di Pasqua. Tale concorrenza, per quanto fortuita, si rivela densa di insegnamenti spirituali nonché di implicazioni sull’attualità politica. Il festoso invito del Cantico dei Cantici citato in apertura, applicato a Cristo, ci permette di scorgere un fecondo nesso tra l’Incarnazione e il solenne ingresso del Messia in Gerusalemme: «Uscite, figlie di Sion, e guardate il re Salomone con il diadema di cui lo incoronò sua madre nel giorno delle sue nozze, nel giorno di letizia del suo cuore». È Gesù che realizza pienamente la profezia sul figlio di Davide che avrebbe regnato in eterno; Egli è Figlio di Dio in senso proprio e non nel senso di una formula del protocollo regale (cf. 2 Sam 7, 12ss). È dunque Lui, che è nostra pace (cf. Ef 2, 14), il vero Salomone promesso.

Con l’Incarnazione, secondo sant’Agostino, si è realizzato uno sposalizio tra la natura divina e la natura umana; il talamo in cui è avvenuta l’unione è il grembo verginale di Maria e il consenso necessario a contrarre le nozze, come insegna san Tommaso d’Aquino, è quello da Lei pronunciato all’Annunciazione loco totius humanae naturae, al posto dell’intera umanità. La Madre del Verbo incarnato Gli ha simbolicamente posto sul capo la corona di quell’umana natura mediante la quale è divenuto re d’Israele e di tutti i popoli; grazie ad essa, anzi, Egli è diventato Capo del Corpo mistico, per cui sant’Ambrogio può scorgere in quella corona tutta la Chiesa, alla cui formazione la Vergine ha contribuito in modo decisivo. Secondo san Pio X, noi tutti siamo stati da Lei portati in grembo, inclusi in Colui che si è fatto uomo per incorporarci a Sé.

Per il Suo ingresso regale in Gerusalemme, il Signore volle espressamente, come cavalcatura, un asinello. In questo piccolo dettaglio si manifesta la Sua consapevolezza di adempiere la profezia di Zaccaria: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (Zc 9, 9). In quella scelta trovava compimento, tuttavia, anche un’importante prefigurazione veterotestamentaria. Il Salomone storico era stato designato da Dio stesso come successore di Davide; ciononostante, il fratellastro Adonia aveva tramato, con il padre ancora in vita, per farsi incoronare al suo posto. La congiura era stata sventata dal profeta Natan mediante l’intervento di Betsabea, madre di Salomone, che si era presentata al sovrano per avvertirlo e chiedergli di confermare il figlio nella successione. L’anziano re aveva allora ordinato che Salomone fosse consacrato e poi, seduto sulla sua mula, fosse solennemente scortato nel palazzo regale e ivi intronizzato (cf. 1 Re 1, 5ss).

Il giorno delle Palme, dunque, il Messia prendeva possesso della Città santa come legittimo re e sommo sacerdote incaricato di purificare il Tempio (cf. Mc 11, 15-17). La folla lo riconosce e lo acclama come tale, entusiasta per lo strepitoso miracolo della risurrezione di Lazzaro (cf. Gv 12, 17-18), al punto che anche alcuni pagani desiderano incontrare Gesù (cf. Gv 12, 20-21). La classe dirigente d’Israele, vedendo messa in pericolo la sua egemonia abusiva, freme convulsa ed esige che il profeta galileo faccia tacere la gente (cf. Mt 21, 15-16); ma questa volta Egli non si sottrae alla pubblica esaltazione, come aveva fatto dopo la moltiplicazione dei pani (cf. Gv 6, 15): la Sua regalità sta sì per manifestarsi, ma in una forma assolutamente imprevedibile. La condanna con la quale le autorità giudaiche crederanno di aver chiuso la partita rappresenterà invece l’instaurazione del regno eterno e universale: Regnavit a ligno Deus, Dio ha regnato dalla Croce.

Il Re divino aveva pianto su quella sua Gerusalemme che, non riconoscendo l’ora in cui era stata visitata, si era condannata alla distruzione (cf. Lc 19, 41ss). Nei tre Uffici delle Tenebre riecheggia, nella lettura delle Lamentazioni, il lamento del Salvatore per la tragica sorte che attende la città ribelle, ma anche il Suo instancabile appello alla conversione: Ierusalem, Ierusalem, convertere ad Dominum, Deum tuum! Anche il castigo che i deicidi si sono tirati addosso era previsto e permesso come occasione di salvezza; a tanto arriva la misericordia divina! Eppure coloro che non si sono lasciati smuovere neppure dalla risurrezione di un morto in decomposizione, ma hanno addirittura deciso di uccidere anche lo scomodo miracolo vivente (cf. Gv 12, 10-11); coloro che hanno deriso un uomo confitto in croce perché, pur avendo salvato altri, come sapevano benissimo, non sarebbe stato in grado di salvare se stesso (Mt 27, 41-42); coloro che sono arrivati fino a mettere invano guardie e sigilli al suo sepolcro, divulgando poi una menzogna per bocca di testimoni addormentati, come ironizza sant’Agostino (cf. Mt 27, 62-66; 28, 11-15)… continuano a respingere il Messia in nome di un messianismo che mette loro al posto di Dio.

Per mano di un regime satanico, hanno ordito un genocidio per poter rifondare il loro Stato nella terra perduta, sebbene nelle loro stesse Scritture, già dal VI secolo a.C., si dica: «La nostra eredità è passata a stranieri» (Lam 5, 2). Siccome non sopportavano che la Chiesa, mossa dalla carità del suo Sposo, continuasse a chiedere a Dio per loro la grazia inestimabile della conversione, si sono prestati ben volentieri, invitati da un Giuda cattolico, a comporre una dichiarazione conciliare che, pur non avendo la minima autorità dogmatica, contraddice radicalmente la Scrittura, la Tradizione e due millenni di Magistero. Poi hanno preteso, in conseguenza di ciò, che la Chiesa falsificasse le più solenni preghiere di intercessione che rivolga a Dio, a favore di tutto il genere umano, in forza della morte del suo Signore, in uno dei riti più sacri del culto pubblico. Essa si ritrova così a insultare inconsapevolmente il Crocifisso proprio nel momento in cui intende adorarlo, parlandogli come se il Suo Sacrificio fosse stato superfluo per alcuni, che avrebbero una corsia preferenziale di salvezza in virtù di un’alleanza mai revocata… Certo, revocata no, ma cessata sì, nell’istante in cui è entrata in vigore la nuova (cf. Eb 8, 13).

Ora, questi signori che, in base a un’interpretazione grossolanamente materiale delle promesse divine, vogliono il dominio del mondo – e, sotto un certo aspetto, ce l’hanno, in quanto controllano l’alta finanza – avendo rinnegato la fede si sono messi al servizio del principe di questo mondo di tenebra, cioè dello spirito che domina quanti rifiutano Dio. La struttura politica che hanno creato a questo scopo è l’impero anglo-sionista (dove anglo indica i burattini e sionista chi tira i fili), la cui egemonia ha cominciato, con nostro sollievo e tripudio, a scricchiolare paurosamente. Di fronte ad esso, infatti, non c’è più un nemico fasullo creato ad arte per mantenere l’umanità sotto scacco, come il blocco comunista di un tempo o il cosiddetto terrorismo islamico di oggi. Di fronte ad esso, stavolta, c’è un polo realmente alternativo, che però non ha alcun interesse per una competizione o un conflitto con un Occidente in rapida dissoluzione: la Russia e la Cina hanno tutte le risorse necessarie per crescere insieme in modo autonomo, da tutti i punti di vista.

Dopo l’ennesima profferta di dialogo e negoziato da parte di  Putin, hanno replicato con un’accusa tanto ridicola da essere vergognosa, non essendoci la minima prova a sostegno ed essendo stata impedita un’indagine seria sul presunto avvelenamento di una spia che in realtà è ancora in vita. Il servilismo della colonia europea ha raggiunto livelli a dir poco indecenti, sia pur contro voglia: gli interessi economici che la legano alla Russia sono considerevoli, per non parlare del fatto che, se il gas russo fosse dirottato a Oriente, l’Europa centrale, d’inverno, si congelerebbe. Ma, visto che l’infinita serie di provocazioni, dall’Ucraina alla Siria e alla Turchia, non sono valse a scuotere i nervi del Presidente riconfermato in modo plebiscitario, sono partiti all’attacco con il conflitto diplomatico. Per non perdere il monopolio, i banchieri sionisti hanno bisogno di periodiche guerre o “rivoluzioni”. Questa volta, però, l’osso è più duro del previsto e, probabilmente, l’ascesa del nemico deputato è stata voluta dal Figlio di Davide. Riconoscerlo Messia sarebbe la cosa più logica e vantaggiosa, per loro e per tutti: far parte della corona di Salomone… è molto meglio!

sabato 31 marzo 2018


Santa novità



Riceve inutilmente la grazia di Dio chi non vive secondo la grazia che gli è stata data; riceve inutilmente la grazia di Dio anche chi crede di aver ricevuto per suo merito quella grazia che invece gli è stata elargita gratuitamente; la riceve inutilmente anche colui che, dopo la confessione dei suoi peccati, si rifiuta di farne la penitenza «nel momento favorevole, nel giorno della salvezza» (cf. 2 Cor 6, 2). Ecco dunque ora il tempo favorevole, ecco il giorno della salvezza, che ci è dato appunto perché conquistiamo questa salvezza (sant’Antonio di Padova, Sermone per la I Domenica di Quaresima, 20).

La fede cristiana è ricca di paradossi (indizio, questo, del fatto che non è frutto di elaborazione umana, ma di una rivelazione divina: non si inventa una dottrina paradossale). Uno dei più alti è proprio quello riguardante il rapporto tra la grazia di Dio e la libertà dell’uomo: come ci ricorda sant’Antonio, uno dei maggiori predicatori cattolici di tutti i tempi, da un lato la grazia – come dice il termine stesso – ci è concessa gratuitamente, dall’altro la salvezza va conquistata con l’impegno personale di penitenza e di lotta contro il peccato. Il delicato equilibrio tra queste due forze, che caratterizza il mistero del loro rapporto, è stato più volte infranto per uno sbilanciamento in un senso o nell’altro, cosa che ha dato origine a diverse eresie. Le più famose sono quella pelagiana, quella luterana e quella giansenista, che hanno causato alla Chiesa danni molto gravi e duraturi.

La prima va ricondotta alla dottrina del monaco irlandese Pelagio, che la diffuse a Roma all’inizio del V secolo. Lo spiccato ottimismo della sua visione antropologica e la propensione all’ascesi legata alla sua vocazione lo avevano convinto che l’uomo fosse in grado di scegliere il bene da sé e che la grazia non costituisse altro che un aiuto divino all’azione umana. Sant’Agostino, invece, sapeva bene, sia per esperienza personale, sia per la lettura di san Paolo, quanto fossero pesanti le catene del peccato e profondi i suoi effetti sul libero arbitrio del peccatore, che ha bisogno di essere prevenuto dalla grazia anche solo per orientarsi nuovamente verso Dio confidando nella Sua misericordia. Da un’interpretazione distorta dei suoi scritti e delle lettere paoline, più di un millennio dopo, Lutero concluderà erroneamente che la grazia, intesa nominalisticamente come mero favore divino che non imputa più all’uomo i suoi peccati, è l’unica forza in gioco, che esclude necessariamente qualsiasi concorso umano nel processo della giustificazione.

L’efficacia della sola gratia richiedeva così, per essere fruita, un’accoglienza puramente passiva tramite la sola fides, con l’esclusione totale di qualunque opera da parte dell’uomo e con una concentrazione unilaterale sull’azione del solus Christus. Il libero arbitrio, di conseguenza, doveva essere negato e ogni forma di collaborazione umana respinta come orgogliosa quanto impossibile pretesa. È un tipico esempio di petitio principii: dopo aver stabilito arbitrariamente un principio, si nega tutto ciò che lo contraddice; ma non è affatto sicuro che quel principio sia vero e che lo si debba necessariamente accettare. Lungo questa strada, ad ogni modo, Lutero finisce in una stridente contraddizione: poiché la fede non è per lui una virtù infusa, cioè un dono soprannaturale a cui l’uomo liberamente acconsente, ma un mero autoconvincimento volontaristico in virtù del quale l’uomo si sforza di credere, il dubbio radicale e permanente che inevitabilmente scaturisce da questa concezione spinge il protestante a cercare una conferma della propria fede nelle opere.

Le opere diventano così il criterio decisivo per valutare la fede; ma quelle opere non possono essere frutto della grazia soprannaturale che agisce nell’uomo con la sua collaborazione: la possibilità stessa di tale cooperazione è stata recisamente esclusa e la grazia è concepita come semplice favore esterno, anziché come forza comunicata da Dio che influisce sull’uomo dall’interno. Dato che alla grazia è stato tolto ogni supporto su cui innestarsi ed essa non può inserirsi nel dinamismo dell’agire umano, le azioni della creatura sono risultato unicamente delle sue forze naturali, ma sono sempre azioni di un peccatore che non è stato interiormente trasformato dalla grazia. Eppure egli può reclamare la salvezza in forza dei suoi sforzi di credere e di essere buono, come dimostra il testo di un corale luterano: «Signore Dio, ora apri il Paradiso. Il mio tempo volge alla fine, ho completato il mio cammino, di cui l’anima mia molto si rallegra: ho sofferto abbastanza, ho combattuto fino alla fine, concedimi il riposo eterno. […] Signore, come mi hai comandato, con vera fede ho accolto tra le mie braccia il caro Redentore, per guardare Te».

Nella tradizione cattolica anche i Santi, appressandosi alla morte, hanno percepito la tremenda drammaticità del momento in cui ci si sta per presentare al Giudizio. Qui, invece, il fedele rivendica un dovuto confidando non nella misericordia divina, ma nella propria fede. Se questa non è una salvezza mediante le opere… A un esito analogo, anche se per una via opposta, perviene pure il giansenismo: la visione esageratamente negativa della condizione umana, nata, anche in questo caso, da un agostinismo esasperato, conduce all’idea di una salvezza riservata a quegli eletti che sono in grado di soddisfare le severe esigenze della giustizia divina con una vita di estrema austerità e rigore. Ancora una volta, la grazia non è più che una realtà nominale, un puro concetto che non ha un effettivo influsso sull’esistenza, determinata dall’azione umana.

Queste considerazioni non sembrerebbero così peregrine se, oggi, questi errori non fossero tornati ad essere potentemente attuali. Da una parte, infatti, si brandisce l’accusa di pelagianesimo come una clava per colpire chi desidera mantenersi fedele alla dottrina morale cattolica; dall’altra si esalta Lutero come medicina per la Chiesa, come se i mali che la affliggono non fossero dovuti proprio alla sua protestantizzazione. Dal canto loro certi settori del tradizionalismo, per reagire allo sfacelo morale che ne è provenuto, insistono su forme di rigorismo che possono indurre pericolose sindromi di scissione tra vita pubblica e privata. L’effetto che risulta dalle opposte tendenze è che le persone non sono realmente trasformate dalla carità, perché non vivono secondo la grazia che è stata loro data e la ricevono quindi inutilmente: in un caso, perché la attribuiscono sottilmente ai propri meriti; nell’altro, perché non vogliono correggersi ed espiare le proprie colpe.

Anche l’atto con cui l’uomo acconsente alla grazia e coopera con essa è reso possibile dalla grazia stessa, ma è pur sempre un atto suo, compiuto in modo libero. È una dinamica sponsale in cui l’intervento soprannaturale di Dio eleva la natura umana a un’attività di cui è incapace da sola, ma non lo fa senza il suo consenso e il suo concorso. La maternità è un’ottima chiave interpretativa di questo processo: senza la paternità, essa rimane una mera potenzialità che non può passare all’atto, ma al tempo stesso apporta un contributo specifico senza il quale la generazione non si compie. Il rapporto tra natura e grazia, che ha dato luogo a tante dispute ed eresie, va colto mediante questa cifra costante che la Sapienza divina ha impresso alla Sua opera, a livello naturale e a livello soprannaturale: il Suo modo di agire è analogo, sia pure su piani ontologicamente diversi. Ecco perché la salvezza è un dono, ma anche una conquista.

Se non vogliamo condannarci a ricevere la grazia invano (cf. 2 Cor 6, 1), dobbiamo ammettere la somma gratuità della sovrana misericordia di Dio, che non si può mai esigere, ma anche riconoscere la parte che ci spetta nel disporci ad essa, nell’accoglierla e nel farla fruttificare con la nostra attiva cooperazione: è qui che entrano in gioco la penitenza, l’ascesi e l’osservanza dei Comandamenti, le quali dipendono sia dalla grazia che dalla nostra libera volontà. È naturale che, nell’anima del peccatore in via di conversione, sia preponderante l’azione della prima; ma in quella del fedele riconciliato anche la seconda svolge un ruolo considerevole, che cresce in proporzione con lo sviluppo della vita battesimale. Più ci impegniamo con umile perseveranza, più la grazia impregna i nostri dinamismi umani, risanandoli ed elevandoli, e porta frutto nelle nostre azioni, santificandole. Che il Signore risorto ci dia nuovo slancio in questa corsa verso la santità; per la Chiesa sfigurata dall’eresia e dal tradimento, questa è l’unica vera medicina.

Tua nos misericordia, Deus, et ab omni subreptione vetustatis expurget, et capaces sanctae novitatis efficiat (dalla liturgia della Settimana Santa: La tua misericordia, o Dio, ci purifichi da ogni infiltrazione dell’antico peccato e ci renda capaci di santa novità).

sabato 24 marzo 2018


Bergoglio alle corde?



Evidenti segnali di debolezza arrivano dal Vaticano. Per il quinto anniversario dell’elezione di colui che in quattro o cinque anni, secondo i suoi maggiori promotori, avrebbe dovuto rifare la Chiesa, il responsabile del dicastero per la comunicazione, commettendo un’imperdonabile quanto maldestra falsificazione, presenta al mondo una lettera di Benedetto XVI di deciso appoggio al successore. Peccato che la lettera risalga a più di un mese prima e che la copia distribuita ai giornalisti sia stata tagliata con un banale ritocco informatico; sebbene ci sia una testimonianza secondo cui il testo, in conferenza stampa, sarebbe stato letto nella sua integralità, nessuno dei navigati vaticanisti – tranne uno – nota, stranamente, la manipolazione e tutti danno unanimemente fiato alle trombe per dar risonanza planetaria allo smaccato intervento di sostegno del “Papa emerito”… il quale, in realtà, si era limitato a rispondere alla missiva privata con cui lo zelante monsignor Viganò gli chiedeva una prefazione per la collezione di undici volumetti sulla teologia di papa Francesco che stava per essere lanciata in occasione dell’anniversario.

Nella parte omessa, con la consueta signorilità, l’anziano pontefice lasciava intendere di non aver letto la collana e di non aver la minima intenzione di leggerla (visto, fra l’altro, che uno degli autori è un “teologo” promotore, a suo tempo, di «iniziative antipapali»). Vien pertanto da chiedersi su cosa mai si basi l’apprezzamento, espresso poco sopra, della «profonda formazione filosofica e teologica» di Bergoglio, che dovrebbe smentire uno «stolto pregiudizio» sulla sua persona. Ohibò! Non avevamo mai sentito il mite Ratzinger esprimersi con tanta durezza se non su temi gravissimi dell’attualità ecclesiale; tanto meno eravamo avvezzi a vederlo difendere se stesso da un pregiudizio contrario: non l’ha fatto neanche in circostanze eccezionali, come, per esempio, quando trecento preti austriaci hanno firmato una pubblica contestazione nei suoi confronti. Che dire? Quella parte della lettera su cui si è costruito il caso… non è da lui. Un falso da capo a fondo? O, alla base, c’è piuttosto un appunto cui lo zelante segretario, “servo di due padroni”, ha poi dato forma calcando un po’ la mano per soddisfare le attese del “committente”?

È difficile allontanare questo sospetto, tanto più dopo la confidenza di un vescovo emerito molto vicino a Benedetto XVI, il quale, in una delle ultime visite, gli avrebbe intimato: «Mi raccomando, continui a difendere la Tradizione da quello là», come abitualmente – commento del prelato – lo designa. In ogni caso, l’operazione così indecente di Viganò è costata, nel tentativo di salvare la faccia, un “rimpasto” del dicastero con le sue dimissioni e il contestuale riciclaggio in altra veste; ma soprattutto, oltre a danneggiare seriamente la credibilità dell’attuale establishment vaticano, essa fa pensare che le stiano proprio inventando tutte per cercar di risollevare la figura del “riformatore” da un innegabile crollo di popolarità e per difenderla dalle sempre più ampie e incontestabili critiche, se il Sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Angelo Becciu, si è sentito in dovere di rivelare che il papa regnante è ferito al cuore dall’accusa di aver tradito la dottrina della Chiesa. Egli stesso, pochi giorni fa, si è ridotto a rassicurare i pellegrini polacchi presenti all’udienza generale sul fatto di essere al corrente che i Sacramenti non vanno dati a chi non è in stato di grazia: una risposta indiretta alle ben centoquarantamila firme che han raccolto in Polonia per chiedere ai loro vescovi di non deflettere dalla verità cristiana sul matrimonio?

Roba da matti: un papa che, anziché confermare i fedeli, deve protestare la propria ortodossia… O è un modo per screditare ulteriormente l’istituzione del papato, o è un segno dell’estrema debolezza di questo personaggio, la cui fortuna si regge unicamente sul favore politico e mediatico. Ormai sempre più gente si interroga sul motivo per cui non risponda a chi legittimamente gli chiede spiegazioni sul suo insegnamento, causa di divisione e disorientamento, come pure su quello per cui, dopo cinque anni, non si è ancora vista alcuna riforma effettiva della Curia che non consista nella concentrazione dei poteri nelle mani di pochi e nella defenestrazione delle persone sgradite. È un modo di governare che sa poco di ecclesiale, ma molto di sovietico, con tanto di “ministero della propaganda” incaricato di incensare il capo del partito con ridicole mistificazioni. Dov’è il tanto necessario risanamento morale ed economico che i suoi elettori si aspettavano? Nell’obbligare una fondazione americana a sborsare venticinque milioni di dollari a favore dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata, travolto da uno scandalo finanziario che ha lasciato una voragine di quasi un miliardo di euro? oppure nel farsi pagare i viaggi da uno speculatore senza scrupoli come George Soros, fra i principali promotori di gender, aborto e contraccezione?

Dov’è la tanto millantata tolleranza zero verso gli abusi su minori? Nell’imporre alla diocesi cilena di Osorno, ignorando le violente proteste, un vescovo che ha coperto un prete pedofilo, sebbene la documentazione fosse disponibile? oppure nel nominare arcivescovo di Milano il vicario generale, che nel 2012 – appena due anni dopo la bufera scatenatasi con la crisi degli abusi e ad onta delle severissime prescrizioni di Benedetto XVI – ha fatto orecchie da mercante di fronte alla denuncia presentata dai genitori di un quindicenne violato da un prete (da lui spostato in un altro oratorio!) e ha mentito in proposito alla magistratura civile? oppure nel lasciar decadere, nel dicembre scorso, la commissione vaticana di prevenzione degli abusi senza rinnovarle il mandato, considerate le forti resistenze interne denunciate da un suo membro dimessosi per questo anzitempo, Mary Collins? o ancora nel lasciare che la lobby gay del Vaticano continui a spadroneggiare indisturbata malgrado ripetuti e gravissimi scandali, fra cui quello del Preseminario San Pio X, prelibata riserva di caccia di certi monsignori? Proprio per insabbiare quest’ultimo caso, di una gravità inaudita, hanno trasferito alla sede di Como, diocesi che gestisce la struttura, un uomo di loro fiducia con il compito di metter tutto a tacere, così da liberare da ogni fastidio il munificentissimo arciprete di San Pietro, che su quel seminario avrebbe dovuto vegliare.

È un turpe intreccio di sesso, denaro e potere di cui, a questo punto, non si può ragionevolmente dubitare che Bergoglio sia complice. Ma in fondo è questo pontificato stesso che è contro natura, perché opera in modo contrario ai fini e alle caratteristiche stabilite dal divino Fondatore della Chiesa. È vero che tale modalità operativa del tutto estranea all’essenza soprannaturale del Corpo Mistico, in quanto lo tratta come un qualsiasi organismo politico, è purtroppo osservabile fin dagli ultimi anni di Pio XII: quegli infiltrati, come padre Agostino Bea e padre Annibale Bugnini, che durante il suo regno lo avevano influenzato in modo coperto, si scatenarono poi con i successori. Essa, tuttavia, non aveva ancora raggiunto il vertice, pur potendo già contare, fin dal Concilio Vaticano II, su pontefici che, un po’ per la loro formazione culturale, un po’ per i giochi di Curia di cui, volenti o nolenti, erano prigionieri, potevano prestarsi inconsapevolmente al gioco. Ora, invece, la sovversione parte direttamente dall’apice, grazie alla tenace opera cospiratrice di un pugno di cardinali che sono riusciti a collocare il loro uomo nella sede petrina. Ma la realtà, violentata, prima o poi si ribella e sempre più credenti osano alzar la voce, disgustati da questo osceno spettacolo che supera la più fervida immaginazione.

La Chiesa sta vivendo il suo Venerdì Santo e deve quindi passare per la morte di croce per poter risorgere, come il suo Sposo. Quest’ineluttabile vicenda non esclude però che quanti desiderano prender parte alla futura rinascita la preparino fin d’ora con la propria collaborazione. Sul Calvario, la Madre del Salvatore fu l’unica ad associarsi al Suo sacrificio per cooperare alla Redenzione in modo che anche noi, nati dall’unica offerta di entrambi, potessimo farlo. Ora i Suoi figli, consacrati al Suo Cuore Immacolato, devono imitarla attivamente in modo che il loro sacrificio sia fruttuoso e affretti la risurrezione. Ella ci ricorda che il Figlio, lasciandosi mettere a morte, è sceso vittorioso agli inferi e li ha fatti esplodere con la Sua potenza divina; mentre il Suo corpo ancora riposava nel sepolcro, la Sua anima liberava i prigionieri. Accettando dunque la croce per volontà di Dio, non ci condanniamo all’impotenza, bensì operiamo in modo soprannaturale perché la Chiesa della terra esca rinnovata dagli inferi e torni a vivere in tutto il suo splendore.

Già si notano segni di risveglio: tanti e tanti cattolici che non accettano l’immoralità dilagante e la sfacciata impostura di una parte della gerarchia. Non arrendiamoci, ma denunciamo con coraggio ciò che osserviamo, perché chi danneggia la Chiesa sia corretto o estromesso. Sulle derive liturgiche o dottrinali, per ora, non c’è modo di intervenire, ma sullo sfacelo morale sì, perché è perseguibile a livello ecclesiastico o civile. Se siete al corrente di scandali, scrivete alla Parrocchia virtuale per sapere come intervenire. Non è possibile che siano soltanto prostituti o giornalisti spregiudicati a sollevare certi veli: il clero indegno va rimosso con le buone o con le cattive, dall’ultima parrocchia di periferia alle più alte stanze vaticane. Gli infami che, con l’attuale pontefice, si sentono ormai del tutto legittimati devono essere una buona volta stanati, specie quelli che hanno spinto Benedetto XVI alle dimissioni. Chi lavora entro le mura leonine ne vede e ne sente di tutti i colori: scriva con un profilo fittizio mantenendo l’anonimato, magari da una postazione pubblica… ma che si sappia cosa succede là dentro, perché si possa intervenire nei limiti del possibile, in modo che l’imminente castigo sia meno severo e la risurrezione più meritevole.

Deus dissipavit ossa eorum qui hominibus placent: confusi sunt, quoniam Deus sprevit eos (Sal 52, 6).

sabato 17 marzo 2018


Cristo doppiamente flagellato



Per Cristo i flagelli sono raddoppiati, giacché si flagella la sua parola. […] Fu flagellato dai flagelli dei giudei; è flagellato dalle bestemmie dei falsi cristiani […]. Quanto a noi, facciamo ciò che egli stesso ci aiuta a fare: «Io, quando mi erano molesti, mi rivestivo del cilicio e umiliavo nel digiuno l’anima mia [Sal 34, 13]» (sant’Agostino, Trattati su Giovanni, X, 4).

Ancora una volta, le parole dei Santi si dimostrano attualissime, anche se la situazione che avevano direttamente di mira non è la stessa. Mai, come oggi, si flagella di nuovo Cristo nella Sua parola – bestemmiando così la Sua stessa Persona di Verbo incarnato – distorcendola o mistificandola fino a farle dire l’opposto. Il caso dell’indissolubilità del matrimonio è solo quello più evidente, ma i principi introdotti con la rivoluzione antropologica, surrettiziamente realizzata nella Chiesa con il pretesto di aggiornarla, sono tali da annullare tutta la Rivelazione. Il punto di partenza e di arrivo di ogni discorso religioso, infatti, non è più Dio, ma l’uomo (peccatore) con le sue “fragilità”, le sue esigenze, i suoi problemi. La manipolazione linguistica ha fatto scomparire responsabilità e peccato, troppo scomodi per una facile quanto illusoria proposta di felicità terrena a buon mercato.

Avallare le trasgressioni più gravi della Legge divina o cassare le condanne dottrinali del passato in   nome di un ecumenismo ipocrita e indifferentista: ecco le bestemmie dei falsi cristiani con cui oggi si flagella il Redentore. Ciò che, oltre a questo, fa molto soffrire è vedere tanti fedeli e sacerdoti in buona fede che ingoiano tutto con una superficialità disarmante: ecco il risultato di decenni di prassi pastorale che, alla cura d’anime, ha sostituito tutta una serie di pratiche basate sul sentimentalismo di presunte esperienze spirituali, sul sensazionalismo di periodici raduni oceanici, sul narcisismo di un autocelebrarsi senza oggetto né merito… L’azione soprannaturale della grazia è scambiata, a seconda degli ambienti, per sensazioni fisiche, emozioni piacevoli o risultati sociologici; anche là dove, in opposizione alle derive socialeggianti, ci si picca di essere spirituali, si finisce spesso nelle sabbie mobili di chi gusta se stesso convinto di gustare Dio.

La radice del male – mi sembra – è sempre la stessa: l’aver messo in primo piano l’esperienza umana al posto dell’iniziativa divina. È naturale che, quando il Signore interviene nella vita di una persona, essa se ne renda conto e sperimenti, in un modo o nell’altro, l’irruzione della grazia; ma la grazia, per la sua essenza soprannaturale, rimane sempre al di là di qualsiasi esperienza, né si esaurisce in questa o quella particolare esperienza religiosa. Ripiegarsi su ciò che si prova, a lungo andare, diventa una forma di idolatria che taglia fuori l’anima dal circuito della grazia; tale insidia va smascherata per tempo ed evitata con decisione, prima che diventi una trappola mortale per la vita interiore. Non c’è niente di peggio che essere convinti di aver raggiunto un buon livello di maturità spirituale per via di riscontri sensibili che, probabilmente, non hanno affatto una causa trascendente, ma sono semplicemente effetto di meccanismi psicologici: in questi casi, il più delle volte, non c’è modo di persuadere le persone a rimettersi in discussione.

Un buon maestro di spirito è capace di distinguere subito tra un frutto genuino dell’azione dello Spirito Santo e una mera reazione della psiche a fattori ambientali; ma dove trovarlo? Non c’è nulla di male, di per sé, nel fatto di sentirsi bene in quel certo gruppo di preghiera o in quel dato luogo di pellegrinaggio; ma se il motivo, in fondo, è sostanzialmente umano, non bisogna attribuirlo a Dio, perché così Lo si abbassa a una realtà di questo mondo e ci si rende impermeabili alla vera grazia, che segue vie diverse (di solito ardue e dolorose, in quanto deve prima purificare l’io peccatore). Le persone che desiderano solo stare bene, quando pregano, non sono disposte a lasciarsi trasformare dal fuoco celeste, che deve eliminare le scorie per far brillare il metallo. Un ciocco di legno umido, posto nel camino, deve spurgare tutta l’acqua prima di potersi accendere.

Come controllare se, nella vita spirituale, non si è caduti in trappola o magari non ci si stia cadendo? Verificando se e come si prega anche da soli, se si è perseveranti nella preghiera anche nell’aridità e nella tentazione, se si rivolge abitualmente lo sguardo interiore al Signore piuttosto che a sé stessi e ai propri pensieri, emozioni, sentimenti… poi esaminando le relazioni con il prossimo, se sono improntate a una carità paziente e discreta piuttosto che al giudizio, alla mormorazione, alla maldicenza e alla recriminazione. Se sono presenti questi vizi, bisogna interrogarsi seriamente, come pure sul modo in cui si reagisce di fronte alle prove o contrarietà che la Provvidenza permette o dispone: c’è ribellione, agitazione, sconforto, o accettazione umile e serena, affidamento fiducioso e collaborativo, confidente invocazione e intercessione? Ogni albero si riconosce dai frutti; se non sono buoni, lungi dallo scoraggiarsi (che è tipico indizio di orgoglio) ci si rimbocca le maniche per chiedere le grazie necessarie a progredire… e per correggersi.

Un criterio oggi particolarmente efficace per verificare la qualità della propria vita interiore, poi, è l’effetto che hanno sulla mente e sul cuore le bestemmie con cui i falsi cristiani continuano a flagellare Cristo: chi le prende per buone ha di che preoccuparsi gravemente, chi almeno rimane perplesso ha qualche speranza, chi non riesce proprio a ingoiarle è sulla buona strada, purché non si insuperbisca per questo. La tentazione di mettersi a sbraitare è molto forte – lo capisco – ma non porta da nessuna parte, se non a spegnere la vita dello Spirito nell’astio e nella rivolta, con il rischio di separarsi dalla Chiesa. Sant’Agostino ci ha mostrato la via da seguire: rivestiamo il cilicio (non solo accettando pazientemente la prova, ma – perché no? – anche fisicamente), umiliamoci nel digiuno (con la prudenza necessaria per non mettersi fuori gioco da sé), cogliamo ogni occasione per far penitenza (soprattutto quelle che ci procura il prossimo)… e offriamo tutto per la Chiesa militante, perché il suo Sposo non l’abbandoni al tradimento, ma ne abbia infine pietà.

Lo scopo della vita cristiana non è star bene in questo mondo, ma meritare la felicità nell’altro; essa non serve a godere di sé o ad autoaffermarsi, bensì a imparare a soffrire bene offrendo per la salvezza propria, dei propri cari e del mondo intero; non è una ricerca di conferme da parte di un gruppo di elezione, ma una severa scuola di superamento di sé in una quotidiana autodonazione. Il Signore sa che abbiamo bisogno di sostegno e di consolazione, ma non ci vizia con continue grazie sensibili, alle quali rischieremmo di attaccarci più che a Lui. Non a caso la Messa tradizionale, che ha forgiato stuoli di Santi, esige dal sacerdote e dai fedeli una radicale espropriazione di sé, dei gusti personali e delle attese soggettive per sostituirli con i veri doni di Dio, quelli che fanno crescere interiormente chi cerca davvero Lui e non se stesso. Smettiamo anche noi di flagellare il Cristo con l’inavvertita pretesa di metterlo al servizio della nostra pace e del nostro benessere; solo così la nostra offerta sarà gradita e porterà il suo frutto.

Ogni ricerca di cui Dio non sia l’oggetto, è implicitamente una ricerca di sé, e ogni ricerca di sé è a danno proprio (Madre Maria Ildegarde Cabitza, 1905-1959).