Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 18 novembre 2017


Maskirovka



È un termine russo che si traduce alla lettera camuffamento, occultamento o simili, ma designa una tattica militare, praticata fin dall’antichità, con la quale si trae il nemico in inganno riguardo alle manovre belliche, alle intenzioni o all’effettiva consistenza dell’esercito avversario. Gli strateghi sovietici lo battezzarono così e, proprio grazie ad un massiccio impiego della maskirovka e ad altre nefandezze, vinsero quell’orrenda carneficina che fu la guerra civile provocata dal colpo di Stato, di cui ricorreva in questi giorni il centenario, perpetrato da quel demonio incarnato di Lenin. Anche quel pugno di manigoldi di formazione e mentalità marxista che ha occupato il Vaticano, a quanto pare, questa lezione l’ha imparata bene e continua a menarci per il naso su vari fronti, distogliendo la nostra attenzione dalle vere questioni di fondo e dalle manovre occulte con cui stanno realizzando la loro esecrabile agenda.

Le insistenti indiscrezioni su un’ulteriore modifica del rito della Messa, per esempio, continuano ad attizzare fiammate di sdegno e riprovazione, quando di fatto nulla, a questo riguardo, è ancora effettivamente successo, a parte la sostanziale abolizione del doveroso controllo a livello centrale delle traduzioni e degli adattamenti dei libri liturgici realizzati dalle conferenze episcopali – fatto indubbiamente gravido di conseguenze disastrose per la liturgia romana, la cui unità rischia di frantumarsi, ma non tale da indurre necessariamente modifiche decisive nella forma sacramentale dell’Eucaristia. Potrei anche sbagliarmi in proposito, ma in ogni caso questo allarmismo precoce distrae molti cattolici fedeli dalle manovre con cui in diverse diocesi italiane si è cominciato a indottrinare il clero perché si convinca ad ammettere alla comunione i divorziati risposati. Questo solo fatto è capace di distruggere definitivamente quel poco che rimane della fede nella Parola di Dio, nella grazia soprannaturale, nei Sacramenti e nell’autorità della Chiesa… cioè della fede tout court, sostituita dal sentimentalismo e dall’attivismo buonisti.

Per quelli che desiderano “concelebrare” con i protestanti, d’altronde, il rito attuale già si presta benissimo all’uopo, essendo stato confezionato proprio in questa prospettiva. Se poi le nuove “preghiere eucaristiche” sono ancora troppo cattoliche, si possono sempre prendere quelle svizzere, in cui si parla di santa cena. Peccato che il messale “riformato” sia in se stesso illegittimo e abusivo, dato che la sua pubblicazione è in diretto contrasto con l’irrevocabilità del messale tridentino, sancita dalla Costituzione apostolica Quo primum tempore di san Pio V. Al di là di tutto, comunque, è ormai ampiamente scomparsa la percezione del vero valore e significato della Messa, trasformata molto spesso in intrattenimento di bassa lega o in comizio socio-politico. I confessionali (dove ancora non sono stati rimossi) sono quasi sempre vuoti e, quando qualcuno vi entra, non è affatto sicuro che, da un lato, ci sia la sana dottrina e, dall’altro, un pentimento sufficiente per ricevere un’assoluzione valida. I giovani, in buona parte, non si sposano più, ma si accoppiano e scoppiano con una mentalità da poligamia successiva ricevuta magari dai genitori stessi, che hanno già in conto diverse “unioni”…

Anche la Correctio filialis, per quanto doverosa, potrebbe essere stata incoraggiata da qualcuno, dietro le quinte, per far scoppiare la bomba fuori tempo e in modo meno dannoso, così che fosse scambiata per l’annunciata correzione formale, di ben maggior peso, da parte di membri della gerarchia e ne fosse smorzato l’effetto. In questa maniera, oltretutto, si son fatti venire allo scoperto, per poterli colpire, i dissidenti che l’hanno firmata, mentre la stampa di regime ha avuto agio di neutralizzare in anticipo le giuste istanze di qualsiasi futuro intervento in quel senso. Se è così, il nemico ha preso almeno tre piccioni con una fava, a meno che non si sia trattato effettivamente dell’ultima chance per sollevare il necessario dibattito, visto che la correzione formale non è ancora arrivata e, forse, non arriverà più. In ogni caso, bisogna evitare di farsi catturare da una singola battaglia, per quanto importante, lasciando all’avversario campo libero in questioni di più ampia e profonda portata: la maggior parte dei “cattolici impegnati”, oggi, ha una mentalità tipicamente protestante. Senza angosciarci più di tanto, però, abbandoniamoci alla Provvidenza, che volge in bene anche gli eventuali errori tattici di chi serve sinceramente Dio.

La vittoria in questa guerra, in realtà, non è alla portata delle sole forze umane. Siamo arrivati allo scontro decisivo tra la luce e le tenebre, le cui forze sono penetrate nella Città santa con il cavallo di Troia (altro tipo di maskirovka) dell’aggiornamento e vi hanno fatto strage, occupandone i centri di potere. Umanamente parlando, la situazione è disperata; soltanto un intervento dall’alto la può rovesciare. I nemici di Dio sono riusciti perfino a creare la situazione del tutto anomala della compresenza di due papi, dei quali uno ha probabilmente abdicato in modo invalido e l’altro era manifestamente privo della fede cattolica già prima dell’elezione. A parte l’irregolarità della quinta votazione nello stesso giorno e gli accordi preelettorali che hanno fatto incorrere nella scomunica i sedicenti mafiosi di San Gallo (i cui voti sono di conseguenza nulli e irrilevanti per la richiesta maggioranza dei due terzi), c’è la bolla Cum ex apostolatus officio di papa Paolo IV, che esclude in perpetuo dal soglio pontificio chi in precedenza si sia dimostrato eretico. San Roberto Bellarmino, per altro verso, sostiene che un papa che cada in eresia anche successivamente alla sua elezione decade ipso facto dall’ufficio.

Mi rendo perfettamente conto della gravissima responsabilità che mi assumo con dichiarazioni di tal tenore, per me stesso e per chi mi legge: pensieri del genere ci possono porre fuori della comunione ecclesiastica, con serio pregiudizio della nostra salvezza eterna. Tuttavia non si tratta di convinzioni irreformabili né di asserzioni perentorie, bensì di forti dubbi legittimati non da semplici dettagli di scarsa importanza, ma da un cumulo di elementi sostanziali che sono sotto gli occhi di tutti. Che dire poi delle dimissioni di Benedetto XVI? Il difetto più evidente è l’assenza di una dichiarazione (analoga a quella emessa davanti ai cardinali da san Celestino V o a quella fatta leggere da Gregorio XII al Concilio di Costanza) pronunciata nel momento stesso della cessazione dell’ufficio come attuazione formale dell’annunciata decisione di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, ovvero di rinunciare all’esercizio attivo del ministero (Udienza del 27 febbraio 2013). Il nuovo Codice di Diritto Canonico, nella sua vaghezza, si limita ad affermare che la rinuncia, ai fini della sua validità, deve essere debitamente manifestata (rite manifestetur, canone 332, § 2).

La procedura seguita sembra in realtà abbastanza irrituale, per non parlare del fatto che, se il teologo Ratzinger ha effettivamente inteso scindere aspetti diversi del munus petrinum, il suo atto potrebbe risultare nullo ipso iure per errore sostanziale circa il proprio oggetto (oltre che, eventualmente, per timore grave ingiustamente incusso; cf. Codice di Diritto Canonico, canone 188). Infatti l’ufficio di Sommo Pontefice consiste nella «potestà piena e suprema sulla Chiesa» (canone 332) e si perde automaticamente con la rinuncia all’esercizio di essa, il quale non può essere se non attivo. Non esistono quindi – se non, eventualmente, nella mente di chi intendeva dimettersi – altre forme di esercizio di tale ufficio che giustifichino il mantenimento di nome, abito e stemma dopo la rinuncia. Il pensiero deve adeguarsi alla realtà, non il contrario, come avviene nell’idealismo tedesco (e nella teologia da esso influenzata). Se dunque le sue dimissioni sono state viziate da un errore sostanziale circa l’oggetto della rinuncia, il nostro amato Benedetto è ancora papa e la successiva elezione è necessariamente nulla, perché non si può eleggere validamente un papa mentre il predecessore è ancora in carica.

Ovviamente io non sono nessuno per dirimere la questione, ma, se fra i lettori ci fosse qualcuno che avesse competenza e potere per farlo, penso che non sarei il solo a supplicarlo di muoversi, in un modo o in un altro, per sventare quello che già un anno e mezzo fa denunciavo come tentativo di praticare sulla Chiesa terrena una sorta di eutanasia (cf. La dolce morte della Chiesa, 9 aprile 2016). Non vorrei certo contribuire, mio malgrado, ad ampliare la maskirovka dirottando l’attenzione su discussioni inconcludenti o, in ogni caso, al di fuori della portata dei comuni mortali; ma, poiché la speranza ci rende audaci, non è mai detto che queste riflessioni non possano indurre qualcuno, più in alto di noi, a prendere delle iniziative con cui preparare quell’intervento dall’alto che è comunque indispensabile. Vi immaginate se l’ipotesi poc’anzi avanzata risultasse vera? Si annullerebbero in un colpo solo quattro anni e mezzo di assurdità allucinanti (anche se non immediatamente i loro effetti deleteri) e usciremmo da un incubo apparentemente senza fine.

sabato 11 novembre 2017


Kit di sopravvivenza per pecore senza pastore



Cum scorpionibus habitas (Ez 2, 6).

I tradizionalisti puri e duri mi sospettano di eresia. I sedicenti conservatori mi danno addosso per la comunione sulla lingua. I progressisti mi farebbero la pelle non fosse che per la talare. C’è proprio di che stare allegri, in un Paese dove anche le pugnalate alle spalle si danno in modo cortese, pulito e ordinato. Ma, lungi dal cadere in quella misera forma di egocentrismo che è l’autocommiserazione vittimistica, faccio tesoro dell’esperienza per dare qualche indicazione che possa risultare utile alla sopravvivenza in tempi tanto calamitosi. La confusione è tale che non basta guardarsi da un tipo di nemico, ma bisogna vigilare su fronti diversi. Soprattutto, per evitare un sentiero pericoloso, non buttatevi a occhi chiusi su quello opposto. Il nemico dell’umana natura ha infatti inventato tutto un ventaglio di proposte contrastanti per attirare il maggior numero di pecorelle nelle sue trappole, scegliendo la rete da usare a seconda dei gusti e dell’inclinazione di ciascuna.

C’è chi difende a spada tratta un fossile di “Tradizione” senza vita che genera fanatici di un mondo scomparso; abbiamo ormai imparato a riconoscerli. C’è invece chi si presenta come paladino della conservazione rispetto a una versione già adulterata del cattolicesimo; siamo nel campo dei diversi movimenti. C’è chi irretisce la gente nel labirinto di presunte rivelazioni tutte definitive (non si sa bene in quale ordine), presentate come indispensabili alla salvezza individuale e collettiva, ma di fatto inefficaci per la crescita nella grazia; è il regno di veggenti e santoni. C’è poi chi sbandiera le acquisizioni della nuova teologia, di cui lo Spirito Santo avrebbe tenuto all’oscuro la Chiesa per due millenni, ma che ora avrebbe finalmente svelato con l’effetto di una revisione completa di dogma e morale e della piena riabilitazione dei peggiori eretici della storia; è l’appannaggio delle facoltà teologiche, delle curie diocesane e degli uffici delle conferenze episcopali. Sullo sfondo, la vexata quaestio dell’interpretazione del Vaticano II, dalla quale sembra di non poter uscire.

Quali sono, in concreto, gli agenti patogeni da cui bisogna immunizzarsi per non contrarre qualche grave morbo dell’anima? Non pretendo certo di offrirne una rassegna completa, ma provo lo stesso a individuarne almeno i più comuni. Il primo che mi viene alla mente sono quelle pretese evidenze indiscutibili che in realtà non lo sono affatto, ma vengono imposte come tali al fine di puntellare prassi e teorie inaccettabili; un esempio a caso: appellarsi a un autoproclamato stato di necessità per legittimare un ministero illegittimo e creare una Chiesa a parte. Solo apparentemente più credibile è quell’acribia puntigliosa con cui, sulla scorta di canoni e definizioni, si cerca di giustificare quanto è oggettivamente ingiustificabile; per esempio, che un testo del magistero pontificio derubrichi il peccato grave manifesto e incoraggi di fatto a perseverarvi in quanto sarebbe volontà di Dio in una particolare situazione. A ciò si allea spesso il ricorso a ragionamenti contorti o capziosi miranti a dimostrare un asserto prestabilito, ma evidentemente falso o ripugnante alla retta ragione: sono i classici sofismi, come quelli di chi tenta di equiparare un concubinaggio adulterino al sacramento del matrimonio.

Dalla spudorata arroganza dei rivoluzionari in abito clericale non si discosta poi più di tanto, nella pratica, il lealismo ottuso dei conservatori di facciata, che vanifica l’essenziale della Legge divina in nome di norme puramente umane che dovrebbero garantirne l’osservanza e si risolvono invece nel suo svuotamento; basti pensare, fra tanti casi di ordinaria incoerenza, alla severità apodittica con cui si prescrive la comunione sulla mano sulla fragilissima base di un indulto concesso in risposta all’istanza, non dei vescovi né dei fedeli, ma di ignoti burocrati delle conferenze episcopali. La debolezza di questa e altre impostazioni simili è spesso camuffata, su vari versanti, con la cortina fumogena di una sterile erudizione funzionale alla dimostrazione di tesi controverse: che si tratti di sdoganare il doppio papato come una situazione normalissima (quando invece è innegabilmente del tutto inedita) o, per altro verso, di negare la sacramentalità dell’episcopato dandosi curiosamente la zappa sui piedi o, ancora, di legittimare una visione troppo elastica dello sviluppo della dottrina o dell’evoluzione della prassi sacramentale, è sempre la stessa propensione ai fuochi d’artificio che accomuna obiettivi e tendenze anche diametralmente opposti.

Di fronte a tutte queste complicazioni, è abbastanza comprensibile – anche se non ammissibile – che molti saltino a piè pari, con grande fervore, in trappole micidiali da cui non si viene più fuori, se non per miracolo. Una è quel semplicismo fondamentalistico che scavalca distinzioni pur necessarie nel discernere i fatti, arroccandosi in un certo numero di rozze certezze assolute e lanciando a destra e a manca, dall’alto di questa “torre d’avorio”, anatemi e patenti di eresia. Un’altra è rappresentata da quel dedalo multiforme delle nuove correnti di spiritualità apparentemente cattolicissime, ma in realtà profondamente alienanti, in quanto rinchiudono gli adepti in un mondo parallelo distogliendoli dal compimento dei loro doveri di stato e dal bene che potrebbero fare, ma illudendoli di compiere la volontà divina con esercizi puramente mentali che non migliorano minimamente la condotta pratica né tanto meno contribuiscono alla correzione di peccati e difetti.

A questo proposito tenete presente che non esistono “ere definitive” cui darebbe accesso una pretesa rivelazione finale: la Rivelazione pubblica si è chiusa con la morte dell’ultimo apostolo, mentre la pienezza dei tempi, iniziata con l’Incarnazione, si protrae fino alla Parusia, la quale soltanto ci introdurrà nel compimento preannunciato dal Signore. In definitiva, bisogna diffidare a priori di tutti i fenomeni che non abbiano ottenuto una chiara e incontestabile approvazione (se non del fenomeno stesso, almeno del culto che ne è scaturito) da parte dell’autorità ecclesiastica competente. Il fideismo e la credulità in una soprannaturalità a buon mercato sono perfettamente funzionali agli scopi di chi nega il soprannaturale, perché creano miti che possono poi essere facilmente irrisi e sconfessati; è la stessa tattica di chi inventa falsi complotti per screditare i cosiddetti complottisti e le loro denunce, che portano in genere su fatti reali.

Per il resto, occorre curare molto la propria formazione nella dottrina perenne della Chiesa, senza ottuse rigidità mentali né, d’altro canto, interessate ambiguità o subdoli equivoci. Fuggite i ragionamenti contorti, le costruzioni intellettuali artificiose, le sottigliezze troppo ardite e le saccenti distinzioni senza fine, come pure le arrampicate sui vetri e i sezionamenti dei capelli. Chiedete invece senza sosta la grazia di ottenere o conservare una mente limpida e lineare, una coscienza lucida e retta, la purezza d’intenzione e l’onestà dei costumi. Lo Spirito Santo non suole negarsi a chi cura le giuste disposizioni interiori e si sforza sinceramente di correggere le proprie storture, nel pensiero e nell’azione, aborrendo i sofismi, le acrobazie cerebrali e le forzature ideologiche con cui si erigono cattedrali immaginarie che si reggono sugli stecchini. Questo è qualcosa che possiamo fare tutti; a ciò che non è in nostro potere provvederà il Signore.

Tu hai dato i tuoi precetti perché siano osservati fedelmente. Siano diritte le mie vie nel custodire i tuoi decreti. Ai mentitori verrà chiusa la bocca (Sal 118, 4-5; 62, 12).

sabato 4 novembre 2017


Poveri protestanti (e poveri cattolici)



Nascere protestanti è una disgrazia, ma non meno nascere cattolici in una Chiesa modernista. Certo, per gli uni e per gli altri è sempre possibile la conversione, ma ci vuole qualcuno che esorti ad essa. Sì, la grazia può anche agire direttamente nelle buone coscienze, ma normalmente si serve di una mediazione. Nel caso in cui i mediatori – o almeno gran parte di essi – lavorino in senso contrario, è ben difficile che uno si renda conto del proprio errore, anzi sarà confermato in esso. Mistificatori, ecco come definire quanti parlano di intesa dottrinale. Volgari mistificatori, a qualsiasi livello della carriera si trovino. Che siano rappresentanti di una “federazione luterana” che non conta quasi più fedeli o gerarchi della Chiesa Cattolica venduti al nemico, fingono di rappresentare qualcuno, quando invece non rappresentano se non sé stessi, dato che chi è eretico o approva l’eresia non detiene di fatto alcuna autorità. Le loro ridicole dichiarazioni trovano tuttavia ampia eco sulla stampa di regime, prova del fatto che per quel regime tutti loro lavorano.

Parlare di diverse interpretazioni o di diversità riconciliata, in realtà, per la ragione è una colossale sciocchezza, per la fede un’esecrabile bestemmia, perché dottrine blasfeme e contraddittorie, espressamente condannate da un concilio ecumenico, comunque le si interpreti non possono in alcun modo riconciliarsi con la verità, salvo che si rinunci e alla fede e alla ragione. Preoccuparsi poi che coppie di diversa “denominazione” possano accostarsi insieme alla comunione è ipocrita e fuorviante, visto che il coniuge protestante, nel suo culto, non riceve altro che un pezzo di pane (dato che il “ministro” non ha ricevuto l’Ordine sacro o, se anglicano, lo ha ricevuto in modo invalido). Il coniuge cattolico dovrebbe invece condurre l’altro verso la vera fede, se i due si vogliono davvero bene e desiderano sinceramente ricevere insieme il Corpo del Signore. Non ci vuole un dottorato in teologia per capire cose tanto semplici e naturali, ma evidentemente la semplicità di mente e di cuore non è più di moda e le Beatitudini sono ormai lettera morta.

Che dire poi della cosiddetta Dichiarazione congiunta sulla giustificazione, testè richiamata in vita dal giusto oblio in cui era caduta? Come possiamo dire di condividere con i protestanti la stessa dottrina sulla giustificazione per fede e per grazia, quando essi hanno in realtà un concetto errato, completamente estraneo alla Tradizione d’Oriente e d’Occidente, tanto della giustificazione quanto della fede e della grazia? Una “giustificazione” estrinseca e meccanica che lascia il peccatore così com’è, non è piuttosto una terribile condanna senza appello? Che Dio sarebbe quello che non avesse il potere di trasformare interiormente l’uomo e di renderlo effettivamente giusto? Si potrebbe realmente parlare, in questo caso, di misericordia? Non sarebbe piuttosto un’ignobile beffa che porterebbe il peccatore alla disperazione? Di fatto, com’è vissuto e com’è morto quel disgraziato che s’è inventato questa vergognosa contraffazione?

In questo caso la grazia non è altro che un favore esterno con cui Dio, arbitrariamente, non imputa più all’uomo i suoi peccati e lo considera giusto. Non è forse, questa, un’idea arrogante, temeraria e offensiva? Come potrebbe fingere la Verità stessa, dichiarando qualcosa di contraddittorio rispetto alla realtà? Come potrebbe la Santità infinita tollerare il peccato in chi Le è amico e figlio? Come potrebbe il sommo Bene accordarsi con il male senza sanarlo in chi è ben disposto e coopera con Esso? Una giustizia e una grazia puramente nominali sono idee malate, indegne del Dio vivente. Per rendersene conto, basta leggere la Sacra Scrittura senza distorcerne il significato, tanto è vero che i protestanti che la leggono con retta coscienza e senza paraocchi ideologici si farebbero cattolici, se perverse ragioni di politica ecumenica non lo impedissero loro.

Grazie a Dio, i luterani che hanno ancora un po’ di fede non credono realmente in questa caricatura, ma non per questo sono al sicuro. La fede si perde completamente quando si rifiutano delle verità rivelate in modo consapevole e deliberato, cosa di cui non si può accusare, evidentemente, chi senza sua colpa è stato educato in una dottrina erronea ed è vittima di un errore invincibile. Per questo la grazia può soccorrerlo nella misura in cui egli si sforza di avere una coscienza retta; tuttavia il concetto stesso di fede che gli è stato insegnato ne rappresenta una grave deformazione. Non si tratta infatti di un libero assenso a Dio che si rivela, prestato con l’aiuto dello Spirito Santo che illumina l’intelletto e muove la volontà, ma di una convinzione soggettiva e illusoria di essere salvi per il semplice fatto di crederlo. Quest’idea esclude qualsiasi collaborazione dell’uomo nell’atto di fede e preclude alla fede stessa la possibilità di giungere a compimento in opere meritorie e deificanti, nelle quali la grazia soprannaturale si innesti sulle operazioni della natura umana, elevandola e santificandola. Alla fin fine bisogna convincersi di credere, ma senza poterne mai essere veramente sicuri: c’è disgrazia peggiore per un uomo sinceramente religioso?

È proprio da qui che nasce il soggettivismo moderno, che si è poi universalmente imposto mediante l’idealismo tedesco, che degli errori protestanti è figlio. Lutero, infatti, escludendo a priori qualsiasi partecipazione umana alla salvezza, nega di conseguenza il ruolo salvifico dell’umanità di Cristo, che viene così ad essere uno strumento puramente passivo della divinità. Tale visione non soltanto svaluta l’Incarnazione e intacca il dogma cristologico, che riconosce in Gesù due volontà libere (seppure l’una sottomessa all’altra), ma finisce con l’introdurre un conflitto in Dio stesso. In questo quadro la Redenzione non è più opera del Figlio che, soffrendo nella natura umana, espia le colpe degli uomini per renderli di nuovo accetti al Padre, bensì una mera dimostrazione di amore che deve semplicemente indurre l’uomo a contare su una remissione unilaterale e incondizionata. La Croce così intesa, svuotandosi del suo significato autentico, sposta il dramma del peccato dalla relazione tra Dio e la creatura alle relazioni all’interno della Trinità: la Seconda Persona, identificandosi con il peccato stesso, sarebbe stata momentaneamente rigettata dalla  Prima…

Come si possa giungere a una bestialità così grottesca si spiega unicamente con un insensato e incoercibile orgoglio che, una volta lanciatosi sulla china dell’assurdo, vi rotola fino in fondo, pur di non smentirsi riconoscendo umilmente l’errore: l’uno tira l’altro, in una catena cui solo la morte – quella eterna – può porre fine. Ci vuole compassione? No, una superbia simile non la merita, così come non si deve alcun ascolto al personaggio che, a Roma, ripete queste aberrazioni blasfeme sostenendo che Cristo, nella Passione, si sarebbe fatto peccato e diavolo: sono, né più né meno, frasi dell’eresiarca Lutero riprese alla lettera, pur senza citarne la fonte. Con questa peste non vogliamo assolutamente avere a che fare in nessun modo, visto oltretutto il grado di protestantizzazione al quale, con il pretesto del “rinnovamento”, è già stata condotta la Chiesa Cattolica. È ora di gridare la propria indignazione per questa stomachevole farsa e di dissociarsene nel modo più deciso, rammentando a chiunque approvi l’eresia che ciò lo rende a sua volta eretico e lo pone ipso facto fuori della comunione ecclesiale, privandolo di qualsiasi facoltà reale. Così, magari, i membri della gerarchia a cui compete si decideranno finalmente a dichiarare ciò che è sotto gli occhi di chiunque li abbia e sia sano di mente: che il re è nudo (ovvero il “papa” è protestante).

sabato 28 ottobre 2017


Dalla ricerca di senso alla raccolta differenziata



La cultura contemporanea si è arrovellata per decenni intorno alla domanda sul senso dell’umano esistere, l’heideggeriano Dasein (esserci, stare al mondo). L’essere umano che si trova a vivere in una realtà angosciosa perché priva di Dio – che ne è stato messo al bando – brancola nel buio in cerca di un senso da dare alla propria esistenza, che i francesi condensano efficacemente in tre parole del gergo familiare: métro, boulot, dodo (metropolitana, lavoro, a nanna). L’uomo medievale riderebbe di gusto – non senza un velo di perplessità circa le nostre capacità intellettive – di questa tormentosa ricerca: per lui tutto ciò che esiste era ordinato a Dio, principio e fine di tutte le cose; la vita non era altro che un percorso verso un’eternità di beatitudine o di dannazione che noi stessi scegliamo. Nella sua Weltanschauung, perciò, tutto aveva un posto preciso e ogni attività umana un obiettivo chiaro e noto a chiunque, dal servo della gleba all’imperatore e al papa.

D’accordo: l’uomo del Medioevo dovrebbe pur avere un po’ di indulgenza nei confronti della malcapitata umanità dell’èra postmoderna: la vita nelle odierne società occidentali è diventata una tremenda schiavitù in cui miliardi di persone sono imprigionate in un implacabile ingranaggio di produzione, trasporto e consumo, con servizi e infrastrutture annesse. Si campa per produrre e consumare all’interno di un sistema impersonale che funziona secondo leggi proprie e senza alcun effettivo vantaggio per chi forzosamente lo serve; esso non è più controllato da legittime istituzioni umane, ma unicamente da una ristrettissima élite che ha in mano le leve del comando, gli organi di comunicazione e l’elaborazione del sapere. Questa struttura alienante e oppressiva si è imposta mediante le illusioni della democrazia: liberté, fraternité, égalité sono i grimaldelli con cui la massoneria ci ha aperto il cranio e sottratto il cervello.

In modo del tutto funzionale all’instaurazione di questo orrendo regime totalitario che ci impedisce finanche di pensare in modo autonomo, il mondo della “cultura” – consapevole o meno – ci ha ammorbati per decenni con la letteratura dell’assurdo, le proposte di nichilisti immorali (in buona parte sodomiti e pederasti), la psicanalisi atea e il presunto complesso di Edipo, l’introspezione solipsistica e altre forme di autoerotismo mentale, tutti sintomi tipici di una società decadente in avanzato stato di decomposizione. Il peggio è che i signori del potere, menandoci per il naso in questo labirinto senza via d’uscita, sono riusciti a convincere una bella fetta di questa società inebetita che non ci siano differenze sostanziali tra l’uomo e la donna (scusate se, in mancanza di meglio, li chiamo ancora così), ma che esistano tante varianti sessuali quanto quelle che i manuali di un’epoca poi non così lontana classificavano sotto la voce perversioni – più tutte quelle inventate nel frattempo. I nostri adolescenti adescati sulla Rete hanno davvero opportunità insperate per la mia generazione, che ora può giustamente rifarsi con loro…

Ma l’ignobile beffa dei padroni del mondo non si ferma certo qui. Un rompicapo insolubile con cui ci ossessionano da qualche anno è quello della… spazzatura. Selezionarla è diventato un imperativo categorico la cui omissione, in certi confessionali, è addirittura peccato mortale (mentre l’adulterio è stato derubricato dalla suprema autorità a fragilità o bene parziale in via di perfezionamento). Siccome i regolamenti, sempre più cavillosi, variano da un comune all’altro, si sta diffondendo a macchia d’olio, almeno nei piccoli centri, un’attività illecita di trasporto e scarico di rifiuti in comuni limitrofi. Le amministrazioni pubbliche stanno perciò prendendo severi provvedimenti per scoraggiare questa pratica criminosa, installando telecamere nei pressi dei cassonetti di loro competenza e infliggendo pesantissime multe ai trasgressori. In certi luoghi tale grave piaga sociale ha dato luogo a una vera caccia all’uomo. Nel frattempo scassinatori, rapinatori e stupratori di ogni provenienza ed etnia scorrazzano indisturbati su tutto il territorio nazionale, seminando il terrore nelle case e nelle strade.

Nessuno ci spiega, però, che la raccolta differenziata è un vero e proprio business, mentre la mafia ricava esorbitanti guadagni dal trasporto e smaltimento dei rifiuti. Stranamente, poi, si parla poco dei termovalorizzatori che, a Brescia e ad Acerra, trasformano la spazzatura in energia, ancor meno degli imballaggi alternativi alla plastica e all’alluminio. A Roma, diventata una discarica a cielo aperto (anche nel centro storico, mèta di milioni di turisti), preferiscono spedire i rifiuti al Nord, con spese – e tasse – altissime, per non parlare della corruzione e della mala gestione con cui i soliti papponi continuano a prosperare con qualsiasi giunta. Ma gli amministratori non hanno forse validi interessi personali per andare avanti così? Per curarli ancora meglio, dovrebbero prendere l’esempio dai loro colleghi, ben più civili, di altri Paesi d’Europa dove si provvede pure agli escrementi dei cani, per i quali i comuni forniscono appositi sacchetti a norma di legge (così almeno non se li ritrovano sotto le scarpe).

D’altronde, che cosa mai pretendiamo? Una volta rimossi dall’orizzonte la sorgente e il fine della vita, nonché principio assoluto dell’ordine sociale, si specula pure sulla spazzatura e i poveri mortali, assillati dalla preoccupazione di non fare errori nel dividerla, hanno smesso di interrogarsi sul senso del loro esistere. In un frangente del genere, nessuno medita la ribellione? In regimi iniqui e disumanizzanti è moralmente più che legittimo, tanto più se si è arrivati al quarto governo non uscito dalle urne e c’è un Parlamento eletto con una legge incostituzionale. Se anche solo la metà della popolazione decidesse di non stare più al gioco e di non pagare le multe, che potrebbero fare? Mettere mezza Italia in galera o in mezzo alla strada? Altrettanto dicasi per altre vergognose imposizioni, come le diseguali vessazioni del fisco, che a un lavoratore dipendente succhiano alla fine più di metà dello stipendio, mentre i dossier dei grandi evasori non sono accessibili neanche alla Guardia di Finanza. La storia ci insegna che, quando una popolazione arriva a un certo grado di esasperazione, qualsiasi regime finisce col crollare, soprattutto se è una repubblica delle banane. Sarebbe ora di cominciare a pensarci seriamente – non prima, però, di aver ritrovato nella fede cattolica il senso che l’esistenza ha già e ha sempre avuto.

sabato 21 ottobre 2017


Il silenzio che salva



Deus cordis mei, et pars mea Deus in aeternum (Sal 72, 26).

Molte controversie risulterebbero meno intricate, così come si eviterebbero tante deviazioni, se tenessimo tutti presente un principio che, per grazia, compresi negli anni del liceo: le questioni che ci poniamo su Dio sono problemi per noi, ma non per Lui. La realtà divina, essendo assolutamente indivisa, è esente da qualsiasi tensione, ma per la limitatezza del nostro intelletto essa ci appare complicata, costringendoci a ragionamenti complessi che a volte finiscono in paradossi e antinomie; Dio però, in se stesso, è semplice. È consolante costatare che san Tommaso, parlando di Lui nella prima parte della Summa, richiami spesso i limiti della nostra mente e i condizionamenti dovuti al nostro modo di apprendere, che procede spesso per via negativa, non avendo noi esperienza diretta di ciò che è in-finito, in-causato, in-terminabile… Qualsiasi cosa diciamo di Lui, di conseguenza, andrà sempre intesa analogicamente, senza dimenticare che la Sua realtà eccede infinitamente tutto ciò che possiamo conoscerne.

Non mi interessa sentirmi un dio per quel poco che so o che capisco (che fino alla visione beatifica è e sarà sempre un nulla rispetto a ciò che non so e non capisco); non mi importa niente apparire qualcuno agli occhi della gente, se un giorno cadrò nell’oblio perché non avrò amato. Non c’è nulla al mondo che possa saziarmi, se non Dio. Io voglio Lui e perdermi in Lui. Qualsiasi conoscenza io possa acquisirne, non potrà mai essere altro che un trampolino per tuffarmi nel Suo abisso di indicibile silenzio. Quella conoscenza è certamente vera in quanto fondata sulla ragione e sulla fede, che Dio stesso mi ha dato come due ali perché io potessi arrivare a Lui con sicurezza, evitando di scambiarlo con una proiezione della mia psiche o un teorema della mia mente; essa, tuttavia, mi deve condurre a una viva relazione con Lui che mi prepari a contemplarlo a faccia a faccia, ardendo in eterno d’amore e gratitudine per l’immensa degnazione di questo munificentissimo Signore che ha pensato di crearmi e di donarsi a me.

Molteplici trappole, però, insidiano il cammino di chi Lo desidera sopra ogni cosa. Ci sono tante ingannevoli scorciatoie che si presentano come risposte immediate alla sete di chi cerca Dio. Oggi, come già visto, è facile scambiarlo per un’idea, una velleità o un’emozione, relegandolo in un rito, un impegno o una bella teoria che alla fine appagano unicamente l’io, questo moccioso narciso e accentratore che si rifiuta di convertirsi, mutando continuamente pelle per adattarsi a tutte le evenienze. Nella Sua misericordia il Signore concede, a chi è disposto a crescere, delle occasioni di purificazione che ammansiscano l’io peccatore e lo riplasmino come nuova creatura. È il morire a sé stessi tipico dell’ascesi cristiana, che consiste nella collaborazione umana volta a riconoscere, accogliere e assecondare l’opera divina: penitenza, mortificazione, accettazione delle contrarietà e umiliazioni. San Paolo non si stanca di esortare a far morire le opere del corpo, cioè le espressioni dell’uomo vecchio, per dare effetto alla rinascita battesimale, avvenuta nel mistero, e sviluppare progressivamente il dono della vita nuova, nutrita dalla grazia.

Proprio sotto questo aspetto, la mia generazione ha conosciuto un’insidia particolarmente subdola, che annulla a priori il pensiero stesso di dover lottare contro il peccato e progredire nella vita cristiana, lasciando così la grazia senza frutto. I teologi che l’hanno teorizzata come una scoperta le hanno perfino coniato un nome: l’escatologia realizzata. In soldoni, quello che ci è promesso nel Vangelo è già presente nella nostra esperienza. Questo può esser vero se si aggiunge: in germe; altrimenti l’idea è contraddittoria: ciò che è atteso non può essere già compiuto; «ciò che si spera, se visto, non è più speranza» (Rm 8, 24). Basta un piccolo ragionamento per demolire certe fantasie; eppure è proprio quel piccolo ragionamento che oggi sembra a molti così arduo, anche perché nessuno insegna più a ragionare, come faceva san Tommaso con i suoi allievi. Il fatto è che quell’elementare uso del raziocinio metterebbe in crisi interi movimenti ecclesiali che fondano la loro proposta proprio sull’illusione che quanto promesso da Gesù sia già realtà piena – per i membri del movimento, ovviamente, per gli altri no.

Nella mia giovinezza si viveva immersi in quest’aura da Gerusalemme celeste da cui, volenti o nolenti, s’era tutti più o meno contagiati, tanto da chiedersi in sordina a che mai servissero ancora i Sacramenti (se non ad autocelebrarsi), mentre l’osservanza dei Comandamenti era un fantasma del passato. Poco importa che le storie personali di molti ferventi cattolici di allora siano attualmente cumuli di macerie: evocare tali soggetti non è bon ton; semmai si rimpiange con nostalgia il bel tempo andato o ci si accanisce a reiterare le stesse esperienze fallimentari, in cui si era pur convinti di aver trovato tutto. Se poi la dissonanza con la realtà effettiva raggiunge livelli intollerabili, ci si butta dai sogni ad occhi aperti in una paranoia apocalittica che rileva in ogni soffio di vento un segno certo della catastrofe imminente, matrice dell’universale palingenesi. Ma di accettare la necessaria purificazione dell’io con umiltà e pazienza, neanche a parlarne: se il paradiso in terra, che credevamo realizzato, non c’è ancora, bisogna che arrivi quanto prima, almeno entro il 2017; lo dice la Madonna…

Non sto dicendo che l’attuale situazione del mondo e della Chiesa non sia semplicemente tragica e che non ci si debba prudentemente preparare a probabili eventi catastrofici, come uno scisma, una guerra mondiale o un cataclisma naturale; una purificazione generale è comunque necessaria, ma è anche invocata dall’anelito comune a una liberazione dall’oppressione del male, che ha toccato livelli mai visti e assunto forme inedite. Il fatto è che non potrà resistere alla prova se non chi sarà intimamente unito a Dio perché si sarà personalmente purificato e avrà trovato unicamente in Lui tutto il proprio bene. Vedete che, alla fine, la mistica (quella autentica) è l’unica via d’uscita. Una vita spirituale completamente estroflessa in dispute teologiche o in una spasmodica ricerca di notizie, profezie e presunti messaggi è una vera e propria trappola del diavolo, come già l’escatologia realizzata di certi teologi di grido: l’uomo interiore, in questo modo, viene lasciato morire di inedia; nel momento in cui dovrà reagire, si scoprirà estinto.

Rientra nel cuore. Non è intimismo. Nel cuore dei battezzati abita la Trinità incorruttibile: immergiti nella Sua vita ineffabile; anticipa realmente, per quanto possibile su questa terra, il Paradiso. Porgi l’orecchio alla voce del silenzio, a quell’unica parola impronunciabile che comunica la vita a chi la accoglie in cuore tacito e puro. Non fuggire da te stesso, ma riscopri il tuo vero io, quello che da tutta l’eternità era nella mente di Dio e che per tutta l’eternità sei chiamato ad essere. Lasciati purificare dalla viva fiamma della carità divina, non temere di perderti; o, meglio, acconsenti a perderti per poterti ritrovare. San Nicolao della Flüe, della cui nascita si celebra il sesto centenario, per tutta la vita non ebbe altro anelito che quello di essere uno in Dio, ciò che chiamava einig wesen. Per poterlo realizzare, Gli rivolgeva continuamente questa preghiera: «Mio Signore e mio Dio, togli da me tutto ciò che mi allontana da te. Mio Signore e mio Dio, dammi tutto ciò che porta a te. Mio Signore e mio Dio, toglimi a me e dammi tutto a te».